PREMI NARATIVA

* 1° premio - I e II ediz. Priamar - Lions Club - Savona - sez. racconto a tema
* 3° premio - XI ediz. Il Club dei Poeti
* 3° premio XII ediz. Ciità di Melegnano e segnalazione XIII ediz.
* 3° premio - I ediz. Le Fenici - Montag Edizioni - Tolentino (MC)
* 5° premio - II ediz. Priamar - Lions Club - Savona - libro: "GRAFFITI"

PREMI POESIA

* 2° e 9° premio - XII e XIII ediz. I Poeti dell'Adda
* 4° premio - XIII ediz. Città di Melegnano
* 4° premio - XV ediz. Marguerite Yourcenair
* 5° premio - II ediz. Priamar - Lions Club - Savona
* 6° premio - XI ediz. Il Club dei Poeti
* Menzione d'onore - VII ediz. Città di Savona - Premio Giordano
* Menzione di merito - II ediz. Solaris - Montag Ediz. - Tolentino (MC)




Prefazione


Il romanzo di Claudio Malatini è un testo struggente e, al contempo, pervaso da una profonda umanità. Sicuramente dominante è la sensibilità dell'autore che, con mano sapiente, riesce a tratteggiare le figure dei protagonisti e, grazie alla sua eclettica capacità narrativa, a cesellare le originali storie che si intersecano e, allo stesso tempo, si plasmano fino a formare, in ultima analisi, un unico nucleo narrativo portante che deflagra in una visione che pone al centro il "significato dell'esistenza": la parola è umanamente sofferta, disperatamente vissuta, tenacemente perseguita, inevitabilmente ferita.
La stessa figura di Anteo, chiamato l'Anglais, che apre questa serie di "graffiti" scavati nell'anima e raccolti dai luoghi oscuri della vita, rappresenta il simbolo d'un uomo-artista, inesorabilmente destinato all'esilio in un mondo che spazza via chi non è vincente. Come quando si incide sul proprio tavolo "È l'ora della rivolta" e poi non cambia assolutamente nulla: significa che si è al capolinea, che non rimane altro che aspettare. Un uomo con la testa tra le mani, fuori la pioggia battente sulla finestra, dentro le notti passate a fissare il soffitto: nessuno può consolare quando s'è perso il calore del sole, quando la solitudine attanaglia le budella e la muraglia d'un ospedale nasconde la vista sul mondo. Come in una "prigione d'innocenti" dove sentirsi al sicuro: non chiedere mai niente sulla propria malattia per paura di sapere la verità. E così, circondati da vite insulse e da passioni meschine, si vede spuntare la depressione, il male di vivere: i pensieri turbinano e divorano la mente, le fissazioni avvolgono in paure angoscianti e non più sopportabili. Non rimane che la ricerca di un "significato da dare alla vita", mentre ci si trova a lottare con le "ombre" che affollano le pareti, ad ascoltare i suoni del mondo nelle sere di delirio, a strisciare tra gli anfratti della vita, rasentando i muri alla spasmodica ricerca di un punto di riferimento. E così, dopo un incendio in un campo nomadi dell'estrema periferia d'una città che diventa "città del mondo", insieme ai feriti, in ospedale arriva anche lui, Anteo. Lui che di nomade "non aveva proprio nulla", lui che era stato l'Anglais, quando era giovane, quando era alto e bello, dal portamento signorile e con un sorriso di rara bellezza che "apriva il cuore". Lui che era stato il "Re dello stradone" quando compariva all'improvviso nel suo trequarti nero stile ottocento, con quel passo aristocratico e circondato da una corte di manovali, garzoni, bulli alla moda e giovincelli che non avevano voglia di studiare. Lui che affascinava le donne e ogni tanto scriveva poesie che declamava a pochi intimi in rare occasioni.
E poi, un fatidico giorno, s'era innamorato di una donna dalla prorompente bellezza, una ragazza selvatica e d'una ambigua ingenuità adolescenziale che lo aveva stregato. Nel giro di poco tempo però lei era diventata una donna vincente, aggressiva, raffinata, intelligente e furba, capace di studiare ogni mossa con successo, corteggiata da tutti e ormai indipendente mentre lui diventava sempre più geloso e si isolava ogni giorno di più, perdendo tutto il suo fascino anche nella piccola corte della strada che era una volta il suo dominio, ormai impotente davanti alla sconfitta. Non restava che "andare a soffrire altrove" come un cane ferito, trascinandosi in una vita ai limiti della sopravvivenza, e per campare s'era messo a raccattare cose vecchie per poi rivenderle. Infine l'incontro con una zingara che aveva tentato di rubare qualcosa da un bottegaio ed era scappata, rifugiandosi proprio in un angolo vicino all'uscio della sua casa. Gli occhi della giovane zingara lo avevano illuminato. Fu così che i nomadi lo aiutarono a sistemare la sua baracca nel loro campo e lui dipingeva con passione seduto davanti alle baracche e poi cercava di educare i bambini e dispensava consigli. E fare l'amore con quella ragazza era sempre come la prima volta. In quel mondo sulla linea di confine tutti usavano nei suoi confronti la deferenza che si poteva usare per un governatore.
Ed ora che l'Anglais si trovava davanti alla morte, era lei, la giovane zingara bruna dai meravigliosi occhi, che teneva orgogliosamente la mano, che lo rendeva "unico".
Anche negli altri "graffiti" che raccontano l'umano vivere e soffrire, Claudio Malatini, esplora la condizione esistenziale dell'essere umano: la sofferenza di un uomo nel vedere la propria donna gravemente malata e sapere che le restano solo pochi mesi di vita; così come la figura di un uomo troppo timido per avere una donna o quello che muore abbandonato in un luogo miserabile e viene visto con disprezzo. Solo per citarne alcuni.
Ecco allora la constatazione che la vita pietrifica, la disperazione fredda stringe la gola, l'immagine di una donna-simbolo, vogliosa ed eccitante eppure falsamente "angelicata": dopo poco tempo ecco arrivare, inesorabili, le metamorfosi, ormai quelle donne sono "diverse" quasi aliene, capaci di schiacciare un uomo come una lattina vuota, di renderlo impotente davanti alla loro immagine vincente. La bellezza da ammirare ma che non si può afferrare o tentare di trattenerla: non si può che essere travolti dagli eventi mentre si frantuma l'equilibrio mentale e si scatenano le tempeste che fanno naufragare.
Anche i luoghi delle ambientazioni diventano simboli e metafore, come la raffigurazione della "Casa del ragno", una villa dall'aspetto sinistro con l'alto cancello con le punte aguzze e sulla facciata un grosso ragno di ferro con una farfalla imprigionata nella ragnatela metallica: la vita simbolicamente diventa una ragnatela di duro metallo dalla quale è difficile sfuggire, spesso si rimane imprigionati come miseri insetti che si dibattono inutilmente: allo stesso modo anche l'attrazione irresistibile verso le donne diventa l'inizio d'una sconfitta, la caduta nell'abisso con la consapevolezza che irrimediabilmente ci si ritroverà con il culo per terra. In rari casi si potrà gioire.
L'equilibrio mentale è sempre in bilico, tutta l'esistenza è sempre giocata sulla lama d'un rasoio, in una sequenza feroce e immobilizzante di eventi che lasciano il segno. Il devastante percorso verso incubi orrendi e sanguinari, l'inevitabile resa dei conti davanti al volto sfigurato dall'espressione disperata della morte.
Claudio Malatini rende palpabile l'atmosfera rarefatta che avvolge le pagine di questa galleria di graffiti ed ogni riferimento, dal cielo color antracite alle meravigliose notti d'estate, è una illuminazione, uno spiraglio vitale tenacemente perseguito per riappropriarsi della vita. Senza ombra di dubbio i ricordi e le storie raccontate hanno il sapore della "fatica del vivere" pienamente l'esistenza. Una manovra da equilibrista sull'orlo della follia.
E capita a volte di accorgersi quanto è dolce ripensare all'epoca in cui si poteva ancora sognare... parlare dei grandi progetti esorcizzando le proprie miserie...
Ecco allora che viene in mente una citazione di Charles Bukowski "Solo i poveri riescono ad afferrare il senso della vita, i ricchi possono solo tirare ad indovinare".
E Claudio Malatini è capace di impregnare ogni parola di questi meravigliosi graffiti d'una atmosfera che ha il profumo del romantico.
Il bisogno d'amare, il desiderio di volare in un cielo irreale. Da vecchi non resta altro che prendere cognizione della morte. Dopo aver trascorso la vita annaspando come ciechi nei meandri della stessa, alla ricerca disperata di una trama, incuranti all'idea della morte ed ora che la stessa non è poi così lontana, prepararsi ad affrontarla disperatamente, come la vita.
Quella stessa vita che si dissanguava inesorabilmente nei ricordi.
"Nessuno può consolare le perdite". Il silenzio riempie il vuoto. Non resta che il libero arbitrio, il postulato della libertà. "Il dovere di vivere".
Nella profondità dell'orizzonte si ritrovavano le tracce di tutte quelle storie umane che si confondevano con il cielo. Che importa se le nostre lacrime sono di piacere o di dolore? C'è forse qualcosa da vincere o da perdere in questo mondo? Queste sono le domande che non mi sono mai state poste: forse perchè le donne avevano paura della mia risposta. Eppure chi non soffre a causa della conoscenza non ha conosciuto niente. L'atto salvifico è il "bagno di fuoco", la sola cosa che può salvare l'uomo è l'AMORE.
Per questo motivo leggere ciò che scrive Claudio Malatini è importante.
È il dramma dell'uomo.


Massimo Barile





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INCIPIT





a Isolina



21 ottobre 2007







A volte, d'autunno, se ne stava bocconi sul pavimento del bagno a sbirciare i rigagnoli e ad ascoltare il fragore della pioggia battente sui vetri della finestra opaca; solo dopo riusciva a farsi la doccia.
Uscì da casa assieme agli altri che avanzavano rapidi e tracotanti come sparvieri, sollevati almeno un palmo dall'acciottolato.
I palazzacci scorrevano grigi e stretti ai loro fianchi e, nonostante la piana, acquistavano sempre più velocità, come fossero in discesa.
Giunsero irrefrenabili sino alla piazza e fecero roteare i bastoni a guisa di spade percotendo i poveri corpi come pelli d'asino.
Solo il sangue e le ferite li quietarono, non i lamenti. Dettero infine fuoco, amnistiati dalla bandiera.
Seduto sui cuscini delle sedie di vimini, nelle gelaterie e nei bar che ora circondano la piazza, nessuno si sogna di udire quei lamenti ma lui, con i gomiti appoggiati sul piccolo tavolo tondo e la testa disperatamente tenuta tra le mani, ancora li sente.

Non aveva mai fatto male ad una mosca, gli piaceva accarezzare il pelo del cane, picchiarlo e poi consolarlo ma, quando alzava inavvertitamente una mano, provava pietà nel vederlo fuggire raso terra.
D'inverno il sibilo della caldaia, consumava la solitudine e le sue cattiverie.
Incise sul tavolo: "È l'ora della rivolta" ma non cambiò nulla.
Nel casermone non aveva paura di starsene nascosto in cantina.
A quell'epoca, i casamenti crescevano come funghi e gli davano un senso di rassegnata tranquillità quando se li vedeva arrivare incontro, alla fermata del capolinea, come tutte le cose brutte che erano solo sue, tanto nessuno le voleva.
Smontava tutto ciò che altri avevano costruito, lo accatastava vicino ai rifiuti, nel cortile di terra dura, dove pedalava seguendo un ovale in senso antiorario, pericolosamente incontro agli altri che lo percorrevano in senso orario.

Nessuno può consolare dalla perdita del sole, quando si ritrae dalle casotte dal tetto fragile, improvvisate con assi di recupero, e fa freddo; quando le barche in secca gridano la loro solitudine al tramonto, le rondini s'inseguono in cielo come puntini impazziti ed i corvi invadono, striduli, gli spiaggioni lungo il fiume.
La conobbe in spiaggia, bionda e azzurra come l'estate, calda come il focolare in inverno, sincera come uno schiaffo dato senza pensarci su, con il cuore.
Si accorse che era una cosa seria quando l'osservò andare a piedi scalzi nel canneto e gli venne voglia di mettere in atto uno sgambetto per farla cadere, in modo di allontanarla dagli altri.
Non lo fece ed invece la provocò la sera, ballando con le più grandi, per farla ingelosire.
Alla fine cedette lui vedendola ingenuamente stretta agli altri che si strizzavano l'occhio.
Serate d'estate violente come i sensi inesperti repressi in un tumulto di paure, nel sottofondo della corrente, così disperatamente inarrestabile.
Mattini che ferivano di rimorsi, ancora lì, più grandi di lui.
Cercò di metterla in gabbia ma tutto svanì d'autunno, assieme alla sua adolescenza.

In quell'accartocciarsi di mattoni della muraglia che nascondeva ai degenti la vista del mondo circondando l'ospedale, non mangiava per farsi imboccare dalle infermiere.
I raggi della luna sciabordavano lenti sul candore delle lenzuola ruvide ed i fruscii notturni dei camici si perdevano nei corridoi che sentivano di linoleum e di morto per i fiori appassiti.
In quella prigione d'innocenti si sentiva al sicuro, sicché non chiese mai notizie precise sulla sua malattia per paura che gli dicessero la verità.
Quando uscì provò un senso di preoccupante libertà, provocò più di una rissa e si accorse, con stupore, che non sempre le prendeva.

Nell'alveare aggrovigliato di vite insulse e di passioni meschine che lo circondavano, come una stella alpina che fiorisce inspiegabilmente nella desolazione della roccia, sbocciò la depressione.
Quella vera, figlia del mal di vivere, che lo colse all'apogeo, senza un motivo, come gramigna che invade il giardino, con il fragore di un sasso scagliato contro il vetro.
I pensieri messi a turbinare nel semicerchio, come tale imperfetto, divenivano problemi che divoravano la mente alla ricerca di soluzioni inesistenti; nubi cariche di pioggia che cozzavano tra loro nel cielo nero, lampeggiando: preludio di una tempesta che non si sfogava mai.
A volte sembrava che il tempo nascondesse l'orrore per quella terra piatta e inospitale, come il suo letto, nelle notti passate a guardare il soffitto nell'attesa dell'alba, sempre impietosamente veritiera.
La mente componeva: "La nappa rossa del cardinale si nasconde dietro gli altari perduti nelle notti senza vento, laddove i pavimenti a scacchi celano le nostre follie".
Ma sapeva di non essere folle; anche questa via gli era inesorabilmente preclusa.
Le fissazioni lo avvolgevano di paure insopportabili assieme al panico che nascondeva ferocemente alla ricerca disperata di una trama che desse un significato alla vita.
Si chiedeva spesso del nulla, quando il sole sorgeva puntuale come una condanna, nudo senza il pudore di una nube che velasse la protervia dei suoi raggi, tanto violenti da destabilizzare ogni animale richiamandolo alla vita.
Si chiedeva a cosa servisse tanto spreco d'energia, poiché comunque tutti, alla fine, si doveva morire.

Quando il vento soffia imboccando inesorabilmente la pianura, frusta le chiome degli alberi lasciandoli nudi, sibila tra le antenne dei tetti, offusca i percorsi e sporca le strade, copre il rumore dei torrenti, entra dai camini e mette a soqquadro le stanze, ognuno si stringe alla sua donna fingendo di proteggerla.
Lo lasciò con il coraggio dei ragazzi, nell'ineluttabilità di un sentimento consumato lentamente, come una candela.
Se n'andò in un giorno di primavera quando, assieme ai gelsi, ai pioppi incolonnati nella pianura trapunta di margherite e di germogli, il sole si rifletteva sui vetri lucidati a nuovo, nell'attesa della Pasqua.

Nelle sere d'estate si sdraiava nudo a sudare sul letto, a lottare con le ombre che affollavano le pareti e dipingevano i pensieri di malinconia.
Restava lì, impotente e crocifisso, ad ascoltare il rumore delle carte da gioco battute sui tavoli di legno, finché trovava il coraggio di affacciarsi alla finestra e guardare lontano strisciando sui tetti e sui muri alla ricerca di qualche punto di riferimento, di una luce seppur minima, ma tutto era artificiale.
Sapeva che, in fondo, c'era pur sempre un orizzonte qualunque, dove andare a sbattere facendosi male, come l'uccello notturno che si dibatte tra le pareti alla ricerca di un'uscita e, quando la trova, se ne vola a morire altrove, per le ferite.
In quelle sere di delirio prendeva a muoversi alimentato dal caldo umido e dall'afa, strisciava sull'acciottolato dei vicoli, tra le erbe morenti della periferia, negli anfratti dei cortili e nelle crepe delle case, alla ricerca di una preda impossibile e, intanto, inghiottiva tutto ciò che incontrava aumentando oscenamente di volume, sino a scoppiare d'avidità.

Gli antichi morivano giovani ed eroi.
Anche le generazioni precedenti finivano prima, così era stato per "i santi, i poeti e i navigatori", non per lui.
Non credeva ai miracoli ma un mattino, di quelli che la fatica di vivere l'aveva inchiodato assente tra le quattro mura, si vide allo specchio, provò pietà per quell'estraneo e depose le armi.
Finalmente lo raggiunse la rassegnazione, come neve che ricopre silenziosa le colline non più tormentate dal vento.




...Sul ballatoio sopra il pronto soccorso, si stagliava nel buio la massa bianca di un corpulento infermiere affacciato in posizione volgare alla ringhiera del primo piano che dava giù, dove estraevano dalle ambulanze i corpi.
Ad assistere allo spettacolo lo raggiunse un'inserviente, anche lei fuori turno, avvolta nel grembiule celeste che sottolineava le bruttezze dei fianchi enormi e sgraziati come la voce con la quale cercava d'intrattenere l'altro che non la filava per niente, interessato com'era a tenere in ordine i capelli scomposti dalla brezza della sera.
Sotto, quelli in arancio rifrangente che scendevano e scaricavano in silenzio dalle ambulanze abboccavano e guardavano verso l'alto ma non vedevano nulla, abbagliati dai fari posti proprio sulla ringhiera.
Annoiato dallo spettacolo, l'infermiere si ritrasse per andare a bagnarsi i capelli e a pettinarli, zoccolando e ancheggiando verso lo spogliatoio.
La sera era di quelle primaverili, senza luna, di un nero avvolgente e rassicurante, con l'aria tiepida che portava lontani profumi di fiori mescolati con quelli orientaleggianti dei malcapitati, nonostante le folate acri delle ustioni che coloravano i corpi assieme ai brandelli dei vestiti variopinti.
Le ambulanze, come per rispetto, si tacitavano all'ingresso del tunnel e continuavano a sfornare una gran quantità di feriti provenienti dal campo nomadi andato in fiamme alla periferia.

Al capolinea, in tutti i sensi, arrivò anche l'"Anglais".
Lui di nomade non aveva proprio nulla, anzi, mentre lo portavano su, i nomadi meglio messi si alzavano stoicamente in piedi fissandolo in silenzio in segno di deferenza, come dinnanzi al governatore di una colonia.
Al secolo Anteo, da un'eternità lo chiamavano l'Anglais per l'aspetto fisico ma soprattutto per il portamento.
Anglais, in francese, perché suonava bene e perché conosceva tale lingua, d'inglese invece non spiccicava una parola.
Da giovane: alto, lineamenti fini, tratto signorile, raffinato, capelli sottili castano chiari come gli occhi con riflessi dorati. Fronte spaziosa, fisico armonioso e slanciato, quasi effeminato per via delle gambe lunghe e perfettamente diritte.
L'aspetto più accattivante era il sorriso, di una rara bellezza, da aprire il cuore.
I rudi del quartiere non avrebbero potuto coniare appellativo più azzeccato in segno di rispetto per la sua cultura, appellativo che gli rimase appiccicato per tutta la vita.
Orfano di padre, in realtà viveva "alle spalle" della madre che gestiva, o meglio lentamente prosciugava, una modesta rendita derivante da alcune proprietà lasciatele dal marito.
Eterno studente aveva superato ben pochi esami, non aveva alcuna fretta e si era dato a tutti i generi di lettura, tranne quelli utili al corso di studio.
Alimentava sporadicamente un'antologia con versi scritti di getto, tuttavia di notevole qualità, anche se conosciuti da pochi intimi ai quali concedeva rarissimamente l'accesso attraverso la propria declamazione, nei frangenti e situazioni in cui tentava di manipolare i loro o i propri sentimenti.
D'inverno, al primo buio, le osterie ed i negozi del quartiere, colmi di barattoli di latta e di cartoni, si riempivano di tepore e di odori nell'attesa della neve, aspettata con trepidazione e ingenuità infantile, con i propri suoni ovattati a ritmo lento, pieno di dolce pigrizia e letargo.
Sui fuochi e sui cerchi roventi delle stufe bollivano gli stufati e gli ossi di maiale abbondanti di grasso; gli angusti cortiletti, gli archi, i portici bassi e i budelli dei corridoi stretti e bui, odoravano intensamente di verza da aggiungere alle ministre con ossi e riso.
Sui marciapiedi i ragazzi per mano, che imbottivano i cappotti stretti e pesanti, avvolti nelle lunghe e gonfie sciarpe di lana grezza, cercavano di scalciare le madri resistendo alle loro strattonate come cani al guinzaglio.
Dalle finestre, sempre troppo piccole, arrivavano le grida sguaiate delle donne ed il fragore delle stoviglie rotte contro i maschi dall'alito vinoso.
L'Anglais era il re dello stradone, compariva bello e signorile nel suo trequarti nero stile ottocento, con passo lieve ed aristocratico salutando con un cenno del capo, sempre circondato dalla sua corte di manovali, muratori, garzoni d'officina, ripetenti alle scuole di avviamento e bulli alla moda.
A volte dispensava pure qualche sorriso alle comari dalle gonne pesanti, rese corte dal sedere troppo largo, "inciabattate" e dai calzettoni a mezza gamba, che andavano in sollucchero e gli mandavano i figli ignoranti a ripetizione.
D'estate l'uniforme era la canottiera e i pantaloncini blu, portati pedalando pigramente a gambe larghe, alla gaglioffa.
I bambini in mutande, a piedi scalzi e con gli zoccoli in mano, suonavano i campanelli appollaiati in equilibrio precario sulle canne delle biciclette dei più grandi che pedalavano in branco, urtandosi allegramente, verso il fiume.
Sugli spiaggioni assolati, all'ombra di tende ricavate da qualche ramo secco e straccio scolorito, l'Anglais, dai fianchi stretti e la pelle ambrata, affascinante come una statua di Fidia, pontificava pigramente.
Intratteneva i fedelissimi e qualche vergine che si dava arie da navigata mentre i più giovani si rincorrevano alzando polveroni e ricadendo avvinghiati in posizioni ambigue di lotta greco-romana.
Alla sera ricomparivano tutti agghindati, profumati di sapone di Marsiglia, con le chiome schiarite dal sole, i colli taurini abbelliti da catene d'argento luccicanti, pantaloni stretti e sorretti dai cinturoni appena sopra il sedere, magliette aderenti e scollacciate per sottolineare i muscoli abbronzati da una manciata di giorni di ferie.
L'Anglais faceva la sua apparizione solo sul tardi, slanciato nei pantaloni neri a tubo, con la camicia candida e ampia, dal collo alla Robespierre, la giacca scura e leggera come un foulard, nella mano sinistra, i capelli lunghi e chiari, pettinati all'indietro con accurata trascuratezza.
Il sorriso, alla luce flebile dei lampioni, lo faceva apparire come un angelo evanescente da far tremare la voce e sussultare il petto delle giovinette dalle gonne a ventaglio.
E di donne n'aveva castigato tante, con passione e con gran fisicità ma sempre con poesia, rispetto e assoluta signorile discrezione.
Affetto sicuramente ma innamoramento mai, finché, maturo e libero dalla morsa possessiva della madre, conobbe lei.

Non pronunciava mai il suo nome, chissà perché, forse per un concetto di assoluto o più semplicemente per un vezzo studiato, di quella timidezza che piace tanto alle donne.
Lei invece si portava dietro l'appellativo di "indiana" per l'aspetto di prorompente bellezza bruna e selvatica.
Sorella piccola di uno degli amici di corte, era l'unica femmina accettata dal branco; partecipava agli incontri con un ruolo marginale e atteggiamento mascolino, nell'indifferenza generale.
Lui però era sempre più sensibile alla trasformazione di quella bellezza adolescenziale e selvatica in una splendida, prorompente e aggressiva donna.
Lei prese presto l'iniziativa alternando furbescamente un'istintiva quanto ambigua ingenuità, quasi cameratesca, con l'irresistibile bellezza di donna complice.
Fu così che in una di quelle sere d'estate, tanto belle e intriganti da corrompere anche un santo, durante le quali ormai i due facevano scherzosamente coppia fissa, tra sfottò e lazzi, si trovarono soli lungo il fiume.
Lui la sdraiò dolcemente, accarezzò la seta fresca del vestito, dei capelli, del seno e dei fianchi ma si fermò abbagliato dallo splendore giovanile del volto e degli occhi.
L'Anglais restò per un attimo sbalordito quando vide spalancarsi la porta della sua stanza e comparire la figura stupenda di lei.
Nella penombra notò il vestito di seta sul pavimento e poi si lasciò travolgere da tanta bellezza.
Ciò che lo intrigava maggiormente era l'ambiguità del loro comportamento, da amici e non da amanti, stupendamente in contrasto con la realtà che riempiva prepotentemente le sue giornate.
Fu lei a lasciare appositamente tracce, a far scoprire l'intrigo rendendo a quel punto ufficiale il loro rapporto.
I giorni scorrevano pieni della sua presenza; facevano coppia fissa in modo quasi assillante ed esclusivo, sicché l'Anglais s'isolava sempre più perdendo colpi con la sua corte e con il quartiere intero.
Lei, al contrario e grazie a lui, aveva perso ciò che di selvatico prima possedeva.
Era divenuta una donna raffinata, di una bellezza classica e intelligente che studiava con successo.
L'Anglais era sempre più in declino economico e questo si rifletteva nella trasandatezza del porgersi e nel vestire. Aveva l'impressione di essere ormai un libro letto e straletto che non emozionava più, come le sue poesie che incantavano solo il gruppo sparuto dei fedelissimi, in disgrazia come lui.
Sempre più geloso, alternava, in una tragica sequenza, periodi lunghi di depressione, umiliazione e aggressività.
Lei era incondizionatamente bella, colta, di successo, corteggiata e soprattutto indipendente.
Non poteva far altro che assistere impotente e disperato al degenerare del loro rapporto, con una rapidità impressionante, sino a toccare il fondo dell'antagonismo, della violenza e della volgarità, ineluttabilmente verso la separazione finale, irreparabile e definitiva, tragicamente dolorosa.
Si lasciò vivere lungo giornate interminabili, colme di vuoto e di assenza, incurante del contingente, ancorché pressante e disastroso, scivolando per le strade solitario e trascurato..............................................................
1° premio: "Lions Club Savona Priamar" - II Ediz. - Sezione a tema: "Un fiore all'occhiello"
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IL MIMO
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Mi sarebbe piaciuto essere nato di 29 febbraio per festeggiare il mio compleanno ogni quattro anni, come Gennaro che era un grande artista di strada.
Ai miei, invece, nonostante non fossi certamente stato un figlio facile, toccava celebrare il mio compleanno tutti gli anni.
Al contrario di mio padre il mio motto non era vincere.
Tutt’al più, se costretto, potevo accettare di partecipare e finivo regolarmente in retroguardia da dove potevo, senza affanno, perdere contatto e annullarmi nel vuoto che mi circondava.
Sono sempre stato uno stupendo vettore da competizione con il freno tirato.
Ho costantemente considerato l’obiettivo un’inutile scusa per sfuggire al vero significato della vita; un palliativo tribale per soddisfare l’effimero.
Del resto che senso ha perseguire uno scopo materiale mentre il tempo, subdolo, invecchia e consuma le carni o il male lavora annidiato in qualche organo che ci portiamo dentro. E’ come vestirsi a festa per andare al proprio funerale.
Solo l’immobilità mi consentiva di andare al di là di me stesso, di studiarmi con sincero disinteresse, come un estraneo. E quando non ce la facevo più mi concentravo, mi osservavo fisso allo specchio sino a sdoppiarmi nell’immagine riflessa che scrutavo incuriosito per quelle fattezze non più mie.
Solo così non soffrivo più, ero in contemplazione di qualcosa che non mi riguardava, del nulla.
Succedeva anche nei confronti degli altri viventi, preferivo costruirmeli su misura manipolandoli e non è che quei fantasmi non mi emozionassero, solo che il regista assoluto ero io e non la realtà dalla quale, per sopravvivere, era necessario fuggire.

Gennaro era un grande mimo.
Mi ricordava quando, ragazzo, mi avevano spedito in campagna dagli zii.
Per quanto si sforzassero di manifestarmi un certo affetto, valutato che tanto sarebbe stato a termine, per me erano degli estranei.
Mi sentivo senza patria, un orfano con genitori viventi.
Mi ripugnava il pensiero che, a casa, se la sarebbero goduta senza di me.
Cominciai di notte fonda a deporre lo spaventapasseri affisso a due legni in un immenso campo coltivato a non so cosa.
Allargai le braccia avvinghiandomi ai legni, divaricai le gambe e mi crocifissi lì, sostituendolo immobile.
Impensabile era il traffico di piccoli animali che frusciavano nel campo; ombre impercettibili, se non fosse stato per gli occhi fluorescenti sotto la luna che ogni tanto mi fissavano sfidandomi nell’immobilità. Poi proseguivano rinfrancati dall’assenza di vita che, trattenendo il respiro, riuscivo a trasmettere loro.
Gli uccelli notturni mi scrutavano con indifferenza. Si erano da tempo abituati allo spaventapasseri e non notavano alcuna differenza.
Ero padrone dell’universo, di quel cielo oscuro e vicino, con le stelle che mi respiravano sul capo palpitando di luce al ritmo del mio cuore.
Potevo finalmente percepire l’essenza della vita e del tempo e dare con esso una dimensione a quello spazio non più vuoto che mi apparteneva interamente.
Forse riuscii anche ad assopirmi finché non giunse l’aurora e mi accorsi che mi ero orinato addosso.
Il sole cancellò rapidamente e furiosamente quello stupendo equilibrio riducendomi ad un puntino riarso in uno spazio circoscritto e ristretto.
Giunsero anche i cani ad abbaiarmi addosso finché non se ne andarono delusi e rochi.
Mi ritrovarono solo a sera, disidrato, febbricitante ma irriducibile.
Quando mi restituirono ai genitori, ricambiandomi con il loro Yoseph, sono certo tirarono un sospiro di sollievo anche se non dissero nulla sopraffatti dalle lodi dei miei nei confronti di mio cugino.
Tuttavia quello fu per me un giorno felice perché mia madre mi accarezzò mentre le stringevo forte la gamba e mio padre mi prese per mano consentendomi di camminargli a fianco.

Gennaro era un grande signore.
Lo conobbi d’autunno inoltrato. Seduto su una panchina dinnanzi all’entrata del supermercato dove lui, immobile sul piedistallo, si esibiva etereo nel tight, con un cilindro fumo di Londra ed un giglio bianco all’occhiello.
Il suo volto infarinato e scavato metteva in risalto gli zigomi scarni, il disegno ben curato di una bianca barba corta, il naso da rapace e due occhi nerissimi che sembravano due caverne, come se qualche uccello glieli avesse strappati.
Quando deponevano qualche moneta nella ciotola, si esibiva in un inchino signorile o in un baciamano alle signore lanciando sguardi di odio verso di me, stravaccato da almeno un’ora sulla panchina e senza una moneta per lui.
Decisi di sorprenderlo, mi avvicinai e misi nella ciotola un biglietto da cinquanta euro.
Alzò il mento in segno di nobile sdegno e, flettento leggermente le ginocchia, con il bastone da passeggio estrasse dalla ciotola la banconota che prese a svolazzare via.
Riuscii a fermarla calpestandola ed esibendo educatamente l’indice verso l’alto feci cenno che desideravo conferirgli. Ebbi successo. Scese elegantemente dal piedistallo, fece il baciamano ad una bella donna, odorò con studiata noncuranza il fiore all’occhiello e mi si parò davanti alto, distintamente vecchio e segaligno.
-“Perché rifiuta il mio denaro?” Esordii falsamente offeso.
-“E’ ingiustificato! Da almeno un’ora mi importunate con la vostra presenza, non capisco e non accetto compenso senza una ragione.”
Il “voi” usato da lui non era demodé ma in sintonia con il personaggio ed una certa aristocrazia meridionale.
Gli spiegai che ero uno scrittore e, come il pittore paga chi posa per lui, mi sentivo in dovere di compensare equamente la sua posa, per me di altrettanto interesse e studio artistico.
-“Ma la modella è consenziente! E’ diverso…”
Anticipò il mio sdegno allungando la mano, vi deposi la banconota e mi ringraziò con un accenno di inchino.
Non mi comprò subito ma io ero un istrione e a tavola, con un sanguigno beaujolè, lo coinvolsi in alcuni brani dei “silenzi”, tratti dal mio ultimo romanzo:
-“… Mirò diritto al cuore e, assieme all’immobilità del corpo dell’amante, cavò l’essenza fragorosa del silenzio dall’anima che uscì violenta con il fracasso di un sasso scagliato contro il vetro…Sognava da tempo un figlio da crescere e nutrire nell’ovatta vellutata della placenta…Delimitare lo spazio è assorbimento di strade solitarie, ai confini delle periferie, mentre le luci delle finestre si spengono sino al 14° piano dove si studia il delitto…”.
Sapeva ascoltare, si sporse verso di me e recitò brani dell’Idiota di Dostoevskij; il principe Myskin, con lui, prese corpo e anima.
Notai che non abbandonava mai il coltello quasi volesse inconsciamente rendere ancor più drammatico il suo monologo.
Parlammo di Tolstoij, Chekhov, Gogol, Puskin e finimmo con Pasternak.
Stava dall’altra parte della città, all’estrema periferia est.
Lo accompagnai in taxi mentre le ultime foglie morte cadevano con raccapriccio sul parabrezza della vettura e si incollavano disperate ed umide sullo stesso, prima di venire scacciate a fatica dal tergicristalli.
Ai lati sfilavano botteghe colorate di orientale e sui marciapiedi cianfrusaglie nord africane.
Sui muri i graffiti si rincorrevano veloci e monotoni come le insegne lampeggianti alle quali mancava sempre qualche lettera.
Il clacson scacciava pigramente i ragazzi che camminavano sulla carreggiata e li costringeva ad accostarsi agli altri stravaccati sui gradini delle porte.
Scendemmo di fronte ad un cancello di ferro arrugginito ed entrammo in un cortile non asfaltato salendo per le scale al primo piano di una loggia invasa dall’odore di cipolla proveniente dal retrobottega sottostante, dove cucinavano il kebab.
-“Donna, caffè turco e un bicchiere di rum per entrambi!”
Eravamo in un enorme stanzone gelido, riscaldato solo dal vapore di una pentola che bolliva su una grande stufa accanto alla quale un’anziana donna, che faceva fatica a riempire un grembiule nero, stava appollaiata su una sedia a cucire alacremente con ai piedi gli zoccoli piantati su uno sgabello avvolto in un tappeto corto.
Tuttavia ubbidì e si diede subito daffare.
Gennaro alzò il bicchiere ancor vuoto e: -“Corpo di donna, bianche colline, cosce bianche, assomigli al mondo nel tuo gesto di abbandono. Il mio corpo di rude contadino ti scava e fa scaturire il figlio dal fondo della terra. Fui solo come un tunnel. Da me fuggivano gli uccelli e in me irrompeva la notte con la sua impotente invasione…”
-“Pablo Neruda!”, lo interruppi, mentre lei ci riempiva i bicchieri scotendo bonariamente la testa.
-“E’ un silenzio ondulato, un silenzio, dove scivolano valli e echi e che inclina le fronti al suolo…Federico Garcia Lorca…”, esordii, -“Insegnami l’arte del mimo!…”, quasi gridai.
Si tolse finalmente la tuba, sfilò il giglio dall’occhiello, lo depose in un bicchiere e mi guardò torvo, poi dette un pugno sul tavolo che fece trasalire la donna:
-“Attento! Il silenzio non è arte, è religione. L’immobilità del mimo è astrazione pura, è dominio sul corpo, sulle viscere, sul collo…E’ pensiero che ferma il respiro, che pietrifica il corpo. Resti lì mentre la materia scorre attorno, veleggi nel vuoto e ti viene incontro l’essenza di te stesso, trasfigurata dal silenzio e dal vuoto nel fragore che non ti contamina più. E’ fissità pura che ti fa cogliere il movimento della terra attorno al suo asse, è dominio, è…”
-“Non ho paura.” Risposi beffardo.
-“Devi prima purificarti.” Rispose deciso.

Il giorno seguente lo studiai per due ore davanti ai grandi magazzini poi andammo a colazione da Fernanda. Entrò per primo e Fernanda lo stava scacciando non avendo subito capito che era mio ospite. Poi salimmo da me.
Mi fece vestire pesante e mi sistemò in posa, ritto su uno sgabello.
Mi torturò sino a sera. Mi urlò nelle orecchie, mi soffiò sul collo, prese una penna e mi stuzzicò il naso. Io dapprima mi concentrai sui tetti di fronte, mi feci cullare dagli sbuffi della cartiera, pensai a mia madre, alla morte, poi lasciai il mio corpo.
Volavo nel cielo di quel campo da ragazzo dove avevo dominato l’orrore del buio e della solitudine e non sentivo più alcuna consistenza fisica.
Fu lui che mi scosse con rabbia: -“Mi hai mentito! Tu cerchi solo un complice alla tua fuga.”

Nei giorni successivi venne a prendermi a casa di mattina inoltrata con una piccola valigia che conteneva i miei “abiti da scena” e gli strumenti per il trucco.
Obiettai che io dovevo costantemente cambiare personaggio mentre lui era sempre lo stesso con il tight, la tuba ed il fiore all’occhiello.
Rispose fiero che non era un pagliaccio. Aveva un’identità da difendere e la gente premiava il suo portamento non il travestimento.
Quando e se avessi mai raggiunto il suo livello, avrei trovato anch’io la mia identità, ora no.

Ai mercati generali il freddo umido picchiava forte sui cappotti della gente, arrossava le gote dei fanciulli strattonati dalle madri, penetrava nelle caviglie e alimentava il dolore alle ginocchia. Le grida degli ambulanti prendevano la forma di ectoplasma vaporosi e scomparivano in un cielo plumbeo che non riusciva a scaricare la propria violenza restando lì, immanente e malsano.
Gennaro, immobile, respirava ormai a bocca aperta, sudava di febbre con una tosse secca che scandiva lo scorrere del tempo.
Cercavo di “coprirlo” movendomi sul piedistallo nel tentativo di catalizzare appositamente i suoi sguardi di rimprovero, distraendolo dalla testardaggine della sua performance.
Ad ogni inchino credo che subisse come una stilettata alla schiena, il sorriso da copione si materializzava, ormai, in un sogghigno incontrollato.
Notai che alcuni ragazzotti si davano di gomito e ridevano gettando qualche spicciolo nella ciotola per assistere al suo “scappellamento” con inchino, tuttavia ancora tragicamente nobile.
Proposi di interrompere le nostre esibizioni almeno per un po’ di giorni motivando ciò, falsamente, con un mio dolore alla spalla ma, testardo e irriducibile, la risposta fu: -“Attento, non sono finito! Pensa piuttosto a migliorare la tua postura, più che il Re Sole mi sembri una checca incipriata! Il mimo è nobiltà di posa e di tratto. I soldi, avrai notato, li depongono solo per me!”

In fin dei conti sono sempre stato liberale e se lui voleva così non vedevo perché avrei dovuto impedirglielo.
Era evidente che l’incontro con me non aveva per nulla scalfito il corso del suo destino, semmai rappresentava solo una coincidenza temporanea, una opportunità di corollario, un’accelerazione che non si sarebbe lasciato sfuggire correndo speditamente incontro al suo gran finale, deciso da tempo. Un “coupe de theatre”.
Perché negargli questa possibilità?

Ormai mangiava poco, l’indispensabile. Di più non avrebbe trattenuto.
Fernanda l’aveva preso in simpatia e si sforzava di allettarlo con piatti diversi ma lui si negava con classe avendo perso ogni attrazione per il cibo.
Sceglieva il vino, questo si, ma ne beveva solo qualche sorso e mi guardava in tono interrogativo per cogliere orgogliosamente il mio assenso alla sua scelta, come un bambino che mostra il suo disegno all’amico più grande di lui, attento a cogliere ogni espressione di approvazione come segno evidente della sua emancipazione.

Una sera cercai di congedarlo presto, dovevo lavorare sulla scelta di alcuni brani del mio ultimo libro oggetto di presentazione ad un circolo letterario da parte della mia casa editrice.
Scostò il piatto, mi guardò fisso con i suoi occhi da corvo e per la prima volta chiamò la Fernanda cercando di pagare il conto.
Capii che si era offeso e gli chiesi se la sentiva di aiutarmi in quella noiosa incombenza.
Mi seguì come un cane senza padrone, uno dei tanti che a volte mi seguivano e non resistevo, li portavo su, li sfamavo e il giorno seguente vivevo la tragedia dell’abbandono.
Così lo detestavo.
Appena entrato cercò un bicchiere, lo riempì d’acqua e vi depose il suo giglio bianco.
Mi misi a leggere i brani in questione. Alla luce fioca dell’abatjour mi faceva paura.
I suo lineamenti scarni non avevano nulla di umano, se avesse avuto un cappuccio sarebbe stato il ritratto perfetto dell’inquisizione.
Improvvisamente fece cenno ripetuto di assenso con il capo, allungò la mano e mi sottrasse perentoriamente il libro.
Emise due rantoli sofferti di tosse secca, si asciugò il sudore ed iniziò a leggere.
Le parole presero immediatamente corpo e vita, ferirono l’aria con tutta la loro consistenza drammatica, esattamente come le avevo concepite.
Tutto era consequenziale e duramente semplice, ogni pausa era preludio di un successivo affondo in un crescendo forte e solenne, senza possibilità di replica o di fuga.
Chiunque sarebbe rimasto lì, preda di quei suoni che riempivano la stanza di sentimenti universali e primordiali, feroci come il suo incalzare impietoso.
Mi alzai e gli strappai il libro dalle mani gridando furente: -“Si!, Si!, Si!…”.
Dovevo bere e fui felice di trovare del rum che tracannai a collo, poi passai la bottiglia a lui che la pulì con la manica del tight e la sorseggiò lentamente guardandomi con aria di sufficienza come per significarmi che tutto ciò era scontato e normale.
Gli puntai l’indice contro in tono paternalisticamente minaccioso: -“Tu vieni alla presentazione e leggi il monologo alla luna di Aleandro, solo tu puoi farlo!”. E gli lanciai contro il libro aperto sulla pagina del “canto alla solitudine”.
Lo chiuse riordinandolo, se lo mise in tasca e: -“Si può fare… Vedremo…Lo studierò”.
Stavo per prenderlo per il bavero ma mi porse la bottiglia sorridendo accondiscendente.
Uscimmo che era notte fonda ed il freddo lo aggredì impietosamente.
Le nostre voci andavano a disperdersi sotto i portici dove un gelido vento sollevava pagine di giornale abbandonate: -“Essere o non essere, questo è il problema: se sia più nobile d’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prender l’armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli. Morire, dormire, nulla di più…”.
Declamavamo rovinosamente rubando maldestramente a Shakespeare.
Ben due taxi rallentarono ma ci rifiutarono, il terzo impressionato dal tight di Gennaro ci raccolse, seppur con una certa diffidenza.

Per due giorni non lo vidi.
Mi recai da lui di pomeriggio inoltrato: era il giorno della presentazione.
Speravo non si sarebbe messo il tight. Lo trovai vestito di blu, riverso sul letto, febbricitante.
-“Sono pronto”. Mi disse stringendomi la mano senza alzarsi.
Gli dissi che potevamo rinviare la sua esibizione: quella non sarebbe stata l’unica presentazione.
- “Donna, un po’ di kebab per il mio amico!” Fu la risposta. L’anziana lasciò il cucito, alzò le braccia al cielo e zoccolò verso la bottega sottostante.

Ci fu l’introduzione del critico che commentò la sua prefazione, poi qualche aneddoto da parte dell’editore che non fece ridere nessuno e che parlò quasi esclusivamente delle performance della sua casa editrice, più che del mio libro, e delle iniziative di beneficenza che organizzava senza successo (ma questo non lo disse).
Io, un po’ per posa, un po’ perché facevo sempre così, mi ero seduto tra il pubblico e guardavo Gennaro in blu con il suo fiore candido, l’unico e vero signore che stava bene al tavolo offuscando l’insipienza degli altri.
Toccò a me. Dopo aver detto due cose sul mio libro, presentai lui che, prima ancora di aver proferito parola, semplicemente con la sua signorile presenza aveva incuriosito e catalizzato l’attenzione di tutti.
Si alzò solenne, mi guardò per rassicurarmi ed esordì maestoso con il monologo alla luna di Aleandro.
Fu un tripudio.
Non era più la presentazione di un libro ma una rappresentazione teatrale di un grande maestro.
Le parole avevano acquisito la consistenza plastica di una scultura ed il dramma del vuoto di Aleandro prendeva corpo, comprensibile a tutti.
Quando l’avevo creato, letto e riletto, ero fiero di quel monologo ma ero certo che sarebbe rimasto comprensibile sino in fondo solo a me. Lui, invece gli aveva donato l’universalità dell’arte.
Al successivo party, interrogarono più lui di me e firmò più autografi lui che io dediche sul mio libro.
Sapeva che ero felice quanto lui, assieme avevamo creato la magia che dura un attimo ma che può dare il senso ad una vita intera.

Salì sul taxi eccitato ed esausto. Leggevo nei suoi occhi la felicità della gloria ma gli sbottonai il colletto perché respirasse meglio.
Si lasciò prendere la mano e quando sentii che se ne stava ormai andando, ordinai perentorio di deviare verso l’ospedale.
Gli sussurrai l’inno alla gioia: -“Gioia, bella scintilla divina, figlia degli Elisei, noi entriamo ebbri e frementi, celeste, nel tuo tempio…”.

Non era nel mio stile, ma dovevo farlo.
Così mi recai alla camera ardente per quello che è comunemente detto l’ultimo omaggio.
C’erano tutti: il faraone, il gladiatore, la sibilla, il sommo poeta… Accanto alla salma, seduta, c’era la sua donna con i piedi appoggiati al sostegno della bara, come se stesse ancora lavorando di cucito.
L’avevano vestito con il suo tight.
Mi chinai, gli accarezzai la fronte e notai che non aveva il suo fiore. Ne strappai uno bianco dalla corona accanto e glielo misi all’occhiello.
Quando uscii, sentii il fragore di un applauso, mi voltai e feci un profondo inchino sapendo che con lui se n’era definitivamente andata ogni possibilità di condividere il senso del vuoto che mi avrebbe accompagnato per il resto dei miei giorni in solitudine, come quella volta, da ragazzo, nel campo.

1° premio: "Lions Club Savona Priamar" - I Ediz. - Sezione a tema: "Mare che passione!

LA PRIMA VOLTA, AL MARE

Fu così che mi portarono al mare.
Al quartiere non è che non mi capissero, anzi mi trattavano alla pari; ero cresciuto con loro, quindi complice e adottato dal branco.
Solo mia madre ogni tanto, con la sigaretta perennemente tra le labbra, si allontanava camminando lentamente lungo il vicolo di sotto in compagnia di una vicina e parlava sottovoce, certamente di me; cosa che non sopportavo e, dalla finestra troppo piccola rispetto alla facciata, le inveivo contro sguaiatamente.
Ormai maggiorenne, nei giorni di crisi restavo per ore sdraiato sul letto e, dallo specchio che avevo ancorato al bordo esterno della finestra, scrutavo e assimilavo il cadenzare della vita in quella strada appartata.
Era un vicolo pavimentato con l’acciottolato tanto stretto, corto, costeggiato da muraglioni senza abitazioni, maleodorante come un budello e soprattutto poco frequentato, da invogliare i rari passanti ad esprimere ogni loro intimità, il più delle volte non premeditata.
Premeditati erano invece gli appuntamenti delle coppiette che, soprattutto la sera, sotto una luce fioca, era possibile intravedere mentre si rubavano un bacio od un abbraccio contro il muro o nell’auto, prima che si appannassero i vetri.
Ogni tanto non resistevo ed intervenivo con grida, i più scomparivano rapidamente, alcuni abbozzavano una reazione ma poi, alla vista dello specchio, desistevano nell’errata convinzione che lì sopra vivesse un ammalato costretto a letto.
A volte, dopo aver incanalato tutte le mie fisse in quel budello di pietra e cemento, mi veniva da urlare, tanto era il dolore che mi comprimeva le tempie e allora, disperato, scendevo i gradini a due a due, come se fosse scoppiato un incendio, e mi riversavo nella via principale trasudante umanità insignificante, nella quale mi immergevo rassegnato e assente, tuttavia tranquillo.
Da tempo la febbre, seppur non particolarmente alta ma persistente, mi rendeva ancor più abulico del solito e però mi conferiva un’aria trasognante e falsamente serafica.
Il medico, tanto per cambiare, se l’era cavata prescrivendo un periodo di soggiorno al mare.
Ciò aveva rotto il mio equilibrio, già di per sé instabile, e scatenato le solite tempeste.
Non erano state di conforto le risse in prima linea, i tavoli rovesciati, le giornate sul letto a porta chiusa, le aggressioni nel vicolo e le cattiverie nei confronti di tutti, tranne che del cane.
Mio padre, mediatore di bestiame, aveva tentato d’inserirmi nel mestiere senza successo anzi suscitando il mio disprezzo, prima con atteggiamento del tutto indifferente, poi con aria di sfida.
Fu così che, dopo un rapido conciliabolo in famiglia nel quale fu coinvolta per la prima volta anche mia sorella, secondo me non più vergine ancorché bruttina, decisero di spedirmi un due mesi al mare.
Fecero fatica a contenere la gioia del momento, quasi una festa; grande fu l’abilità del mediatore nel comunicarmelo con una falsa commozione pretendendo gratitudine per quel sacrificio famigliare, anche economico.
Assoldarono l’autista del Comune che, di domenica, mi avrebbe portato al mare, in pensione presso una famiglia che, a suo tempo, avevano conosciuto.
Si guardarono bene dall’accompagnarmi; lasciai il quartiere facendo rintanare qualche comare con il mio repertorio di gesti osceni, esibito con maestria attraverso i vetri dell’auto mentre l’autista, più per convenienza che per convinzione, scuoteva la testa.
I pioppi della campagna scorrevano velocemente ai lati, ripensavo con un senso di nausea, e tuttavia d’ansia, a quelle case rimediate, da poveracci, alle rivolte, alle urla di mia madre sorretta dai vicini, ai finti svenimenti di mia sorella, alle contese violente ma soprattutto ai compagni che mi accettavano per quello che ero, secondo il loro codice di comportamento, scevro da qualsiasi giudizio morale.
Non avevo mai visto il mare, sapevo nuotare benissimo, sorretto da un fisico possente ancorché longilineo, forte dell’esperienza acquisita nelle lunghe nuotate al fiume, pericoloso ed infido con i suoi mulinelli e la corrente nella quale la rude congrega aveva lasciato qualche caduto.
Arrivammo verso sera, in tempo per il tramonto.
Il mare mi colpì all’improvviso, a tradimento, dopo una curva, lasciandomi stupefatto nel tramonto.
Il paesino si sviluppava più sotto, in una stretta piana lambita dall’acqua blu, circondato da verdi colline irregolari, tranne che ad est, dove dominava la roccia di un monte, tutto sommato basso, che sovrastava il porto, sproporzionato per ampiezza rispetto alla densità delle case basse e colorate come i pescherecci che oscillavano lentamente agli ormeggi.
Mentre scendevamo lungo i tornanti che portavano ad ovest, nel cuore delle colline, dove le case si facevano più rade, la luce del tramonto esaltava il contrasto dei colori del paesaggio con i raggi vividi del sole che pareva opponesse una resistenza accanita al suo lento affogare nella massa bluastra, quasi urlando attraverso il rosso del nucleo prima di fondersi nell’arancio dei raggi che fendevano il cielo, aggrappandosi allo stesso come i tentacoli di un enorme mollusco.
Entrammo in un viottolo sterrato con gli spuntoni di grossi sassi che fecero gemere la struttura dell’auto e agitare il mio stomaco.
Finalmente l’auto si fermò in uno spiazzo pieno di buche, circondato da alti ed antichi pini marittimi.
Di fronte, una casa grande e rossastra, sviluppatasi irregolarmente, appendice dopo appendice con forati e infissi di recupero, intorno al nucleo centrale vecchio, di mattoni, non male, con una spaziosa veranda ed un portico lungo e stretto.
Scendemmo, io senza tirar su il finestrino, appositamente per irritare l’autista, cosa che, come il solito, mi riuscì benissimo.
Appoggiato ad una colonna scorgemmo un uomo quasi mimetizzato in essa, se non fosse stato per la barba corta e bianca, in contrasto con il volto abbronzato.
Ci dirigemmo verso di lui come verso un oggetto, tanto era impercettibile qualsiasi suo anche lieve movimento.
Ci accolse con due parole, anzi, fece parlare l’autista senza ascoltarlo più di tanto mentre finalmente camminava accompagnandoci nella fresca penombra dell’interno.
Era sulla sessantina, capelli e barba bianchi e corti, occhi scuri di cui si notava soprattutto il bianco in un volto abbronzantissimo, statura e corporatura media ma fisico tosto e forte come la stretta di mano spiccia, quasi sgarbata.
Riempì una brocca di vino bianco che versò nel bicchiere dell’autista e nel suo, evitando il mio e porgendomi una bottiglia d’acqua che scostai con sdegno riempiendo il bicchiere di vino sotto lo sguardo d’approvazione del padrone di casa.
Entrò nell’enorme cucina, dove noi tre nel frattempo ci eravamo seduti, una donna segaligna con una ridicola cuffia bianca che si presentò come la moglie dell’uomo e, in sequenza, le due figlie, una più brutta dell’altra, entrambe abbondantemente sulla trentina e con gli occhi bassi, per fortuna.
L’autista rifiutò l’ospitalità per la notte ma non la cena, aveva fretta di togliersi d’impiccio senza però rinunciare ad una promettente mangiata e bevuta.
La donna approfittò per rivolgermi mille domande alle quali risposi a monosillabi, sotto lo sguardo d’approvazione dell’uomo.
Le figlie, che avevano l’aria di viaggiare sempre in coppia, ebbero il compito di accompagnarmi alla mia stanza, lungo una scala di legno ripida sulla quale si inerpicarono sollevando lievemente le gonne lunghe.
Per dovere di presentazione, rincorsi la seconda sfiorandole il sedere e ci azzeccai, difatti si misero a correre lungo il corridoio ridendo e gracchiando come dei corvi in calore mentre io sfoderavo il mio repertorio di volgarità.
Il pesce cucinato per cena aveva per me un che di enorme e di disgustoso.
Ognuno si servì avidamente dal vassoio al centro della tavola, come in un rito tribale al quale l’autista si adattò subito, con voracità.
Rimasi ad osservare l’occhio del pesce dalla testa intatta nel corpo disfatto dai fendenti infertigli dai commensali e, stavo per alzarmi da tavola inorridito, quando il padrone di casa, con un gesto rassicurante, ne staccò accuratamente un pezzo e me lo porse con un sorriso appena accennato e tuttavia colmo di autorevolezza.
Guardai quella carne bianca con circospezione ma non potei resistere al cenno del capo dell’uomo che mi fissava deciso, quasi con tenerezza: per la prima volta mangiai pesce.
Tra noi ebbe inizio una relazione di complicità, o meglio di sudditanza di parte mia, basata sul fascino della forte personalità dell’uomo, dei suoi gesti sobri e decisi, del suo stile di vita e della sua storia tutta da scoprire.
Gli altri erano un insignificante contorno, figure sfocate prive di interesse, come oggetti che acquisivano un senso solo di sfondo all’esistenza di quell’uomo, silenti anche quando cercavano di parlare.
La notte dormii con la finestra aperta, la brezza mi portava il rumore debole della risacca lontana, dal letto guardavo il cielo trapuntato di stelle fisse e immaginavo la luna finché non resistetti più e mi alzai.
La luna era lì, quasi sferica, che correva sulle cime dei pini marittimi ogni tanto trapassata dall’ombra di qualche uccello notturno e lanciava i suoi fendenti argentei sul mare sottostante facendo luccicare la cresta delle onde, in una sinfonia mistica e rasserenante.
Dormii saporitamente, sentivo freddo ma non avevo il coraggio di accostare la finestra per non interrompere l’idillio.
Mi svegliai alle prime luci dell’alba in perfetta sintonia con l’animarsi della vita intorno e corsi a guardare il mare di lontano, irrazionalmente, per rassicurarmi, come se temessi la sua scomparsa.
Scesi giù, nel ventre della cucina, affamato e sparai un buongiorno alle due sorelle, che mi stupì, incurante dei loro risolini civettuoli.
Pensavo ad un caffelatte ma l’uomo, la cui presenza silenziosa riempiva tutta la stanza, con un coltellaccio tagliò un’abbondante fetta di focaccia intrisa di olio ed olive e fece scorrere il piatto verso di me, ammiccando.
La divorai con soddisfazione assieme ad una tazza di latte freddo guardando con invidia il bicchiere di vino bianco che il padrone di casa stava sorseggiando.
Odorai fino in fondo il profumo della zuppa di pesce che la donna, insignificante e quasi trasparente nella sua magrezza, aveva iniziato a mettere sul fuoco.
Guardai l’uomo mentre caricava le reti sull’Ape e mi offrii di aiutarlo, questi mi fece cenno di salire ed in un baleno ci ritrovammo stretti nella cabina del mezzo scoppiettante, sballottati giù verso il porto.
Il piccolo peschereccio era bianco e azzurro, i colori del mare, ed io vi salii d’istinto rispondendo con un ghigno di sufficienza all’uomo che mi chiedeva se sapevo nuotare.
Mi accovacciai a prua, come un rostro, dopo aver obbedito con puntualità e precisione ai comandi secchi ma comprensivi dell’anziano pescatore.
Respiravo la brezza a pieni polmoni, ero un tutt’uno con il sole, il cielo e soprattutto con il mare, assorbendo e registrando ogni movimento ondoso, ogni tonalità di celeste, azzurro, verde chiaro e blu.
Orecchiavo il rumore del diesel nell’attesa del suo spegnimento, pronto a cogliere ogni fruscio, gorgoglio, grido di gabbiano e movimento dello strascico.
Imparavo con una facilità estrema, memorizzando ogni disposizione del pescatore, intuendone il momento della ripetizione senza bisogno di ulteriore comando.
Mangiammo frutta, pescammo alacremente e tornammo al tramonto in un tripudio di rosso e blu, di cielo infuocato, di capelli crespi di salsedine, di camicie sgargianti, di pesci argentei ed agonizzanti, di polipi avvinghiati e disperati, di braccia plastiche e lucide, di senso di pienezza di vita.
I giorni e le settimane successive, il legame tra noi si consolidò e divenne confidenziale al punto che spesso io guidavo l’Ape, reggevo il timone e compivo manovre di mia iniziativa sempre, tuttavia, sotto l’autorevole sguardo del maestro.
Alla sera, incuranti del contorno femminile, irrilevante ancorché necessario, fioccavano racconti di mare e discussioni, ormai con pari dignità, annaffiate da vino sincero come il nostro rapporto.
Un giorno il pescatore mi lasciò solo andando in città per delle commissioni, fu come se mi mancasse l’aria e pensai di approfittarne per andare a riordinare e lavare il peschereccio: un modo come un altro per restare ancorato al mare ed evitare le donne di casa.
Poi ebbi un’idea migliore, mi intrigava da tempo la presenza di una piccola casa, vecchia ma pitturata a nuovo e di bianco, sulla destra in fondo alla via che percorrevamo per scendere al porto.
Salutai di buon’ora con un mugugno le tre grazie senza dar loro il tempo di reagire e mi diressi in fondo alla via.
Non c’era gran che da vedere o di strano, rimasi deluso, stavo per andare verso il porto, quando intravidi, da lontano e nei pressi del porticato, una figura di giovane donna; istintivamente mi avviai verso il porticato e, alla richiesta di cosa o chi cercassi, risposi: “Non lo so”.
Mi meravigliai di questa risposta mentre non potevo evitare di essere attratto dalla bellezza del volto e delle forme di quella donna sulla trentina che riempivano armonicamente, e tuttavia in modo provocante, un grembiule corto quel tanto da mostrare le gambe perfette, sbottonato a sufficienza sul seno, maliziosamente chiaro rispetto l’abbronzatura del corpo.
La donna non doveva essere avvezza ad incontri occasionali, soprattutto con giovani come me, ciò nonostante mi ritrovai seduto con lei sotto il portico a parlare di me e a chiedere di lei, non ottenendo granché, salvo accorgermi che si stava creando una strano quanto coinvolgente reciproco interesse.
Sussultai al contatto con il suo corpo, quando si accostò per versarmi un goccio di bevanda fresca e mi accorsi che era così anche per lei, quando mi appoggiai inavvertitamente a lei nel tentativo di sistemare una persiana.
L’invito a restare a pranzo fu naturale e scontato, tanto che non abbozzai un minimo di convenevoli, accettando in modo spontaneo.
Dopo pranzo gli argomenti erano reciprocamente esauriti o, forse, entrambi eravamo ormai rapiti da tutt’altro interesse e aspettative.
Le cicale contribuivano, assieme al fruscio della brezza fresca che veniva dal mare, a sottolineare il nostro silenzio assoluto e fu qui che lei prese l’iniziativa accarezzandomi improvvisamente e dolcemente i capelli, avvicinandosi al mio viso e sporgendosi verso di me.
In un’esplosione di sensi violenta e con un battito di cuore da mozzare il fiato, la strinsi a me approfittando di quella splendida posizione.
A letto lei si accorse subito che era la prima volta e approfittò dei miei approcci maldestri per riderne con complicità smitizzante.
Al calar della sera la nostra intimità era giunta alle stelle, come se ci fossimo conosciuti da sempre o avessimo vissuto assieme in un’altra vita, stemmo a lungo lì, sdraiati accanto, a rimirare il cielo in tutt’uno con quel manto scuro, avvolgente, infinito e rassicurante.
Quando rientrai fui subito catturato dallo sguardo interrogativo e preoccupato dell’anziano pescatore al quale non mi sembrò vero di confidare l’accaduto, ansioso ed orgoglioso di renderlo partecipe della mia emancipazione e felicità.
Ma lui restò immobile ed in silenzio, quasi livido al riflesso della luna, chiuso in un’espressione da far paura.
Il mattino successivo pioveva a dirotto e non si uscì per mare.
Osservavo dalla finestra l’anziano, nell’impermeabile scuro che gli copriva tutto il corpo mentre, guardando verso me, con gli occhi bianchi che sbucavano sinistramente dal cappuccio, spaccava con rabbia la legna.
Infilai a mia volta un impermeabile da marinaio e sgattaiolai verso la casa dell’amata che fu felice di spogliarmi ed asciugarmi prima di infilarsi nel letto accanto a me.
Ci dimenticammo di pranzare e, di sera cucinai io, sotto lo sguardo affettuoso e divertito di lei.
Ci innamorammo profondamente in perfetto equilibrio con l’universo ed il mare.
Le cose andarono avanti per giorni durante i quali le mie assenze alla pesca aumentavano, il vecchio diventava sempre più irascibile e violento nei miei confronti sino ad insospettirmi.
Una sera lo seguii e, con un tuffo al cuore, vidi che imboccava la strada verso di lei.
Con rabbia lo scorsi entrare ed udii le grida di un litigio finché non lo vidi uscire, scacciato dal tonfo della porta sbattuta dietro.
Provai profondo dolore, odio e raccapriccio all’idea, ormai evidente, di lei con quello che ora mi appariva come un vecchio repellente.
Con un pugno sfondai l’armadio e poi trattenni il respiro al sussulto delle tre donne di casa.
Soffocai la disperazione nell’odio, con gli occhi minacciosamente sbarrati sotto le coperte.
Per tutto il giorno successivo il mare si scatenò nella tempesta impedendo a chiunque di uscire, sicché ce ne stemmo in casa tremendamente in guerra, seduti ognuno all’angolo opposto della cucina scambiandoci frustate di sguardi e martirizzando le tre stupide malcapitate.
Alla sera trovammo modo di litigare per motivi futili alzando la voce e saremmo arrivati alle mani se le tre grazie non si fossero frapposte terrorizzate.
Il giorno seguente la tempesta era al culmine, come la nostra voglia di scontro e finalmente il vecchio decise di dar sfogo alla nostra insana competizione preparando l’Ape per andare al porto e rispondendo alle stridule perorazioni della moglie che i veri uomini sarebbero comunque usciti per la pesca.
La cabina di quel malandato tre ruote ci scuoteva energicamente sotto lo scroscio della pioggia ed era tanto satura d’odio che sarebbe bastata una scintilla per farla esplodere.
Nessuno dei due indossò l’impermeabile e, vividi di rabbia e di freddo, armeggiammo con violenza ed in silenzio attorno alle cime.
Lottammo in perfetta sintonia ma sempre nel contesto di una sfida che aveva in sé qualcosa di mortale, tra le onde cupe e spumeggianti, sino a raggiungere il largo con la barca che scricchiolava da entrambe le mura ed il motore che urlava tutta la sua rabbia e fatica.
Il cielo era di un’antracite devastante, attraversato da lampi sibilanti seguiti da tuoni soffocati dal ruggito del motore e dal fragore delle onde contro le fiancate della barca, ormai misero guscio in balia del mare.
Lontano dalla costa le onde, più rade, avevano perso la cresta di schiuma ed erano divenute muraglie grigie che assalivano, senza troppo fragore ma con violenza costante ed insostenibile, il piccolo peschereccio.
Il vecchio, al timone, mise in atto una virata impossibile e lampeggiò di gioia sinistra nel vedermi cadere rovinosamente sino a rompermi la testa contro un bordo di ferro.
Soddisfazione che durò solo un istante, il tempo brevissimo perché la coda dell’onda si abbattesse come una belva furiosa a poppa gettandolo violentemente in mare.
Mi ripresi subito, corsi a prendere il timone, con la fronte tumefatta e sanguinante, mi affacciai sul lato sinistro e vidi il vecchio annaspare pericolosamente tra i flutti che, lucido, mi indicava di gettargli una cima.
Calmo e determinato lo guardai scomparire e poi riaffiorare in una danza disperata e me lo raffigurai, brutto e laido mentre lei accarezzava la sua cresta bianca in un abbraccio osceno e sinistro come l’espressione dipinta sul suo volto, ora che stava affogando.
Governai la barca con la prua sopra l’onda, in posizione quasi di stallo, regolando sapientemente la potenza del motore, finché non lo vidi più apparire in superficie.
Non mi colse alcun rimorso alle grida delle donne e nemmeno alle domande delle autorità che coincidevano con l’accertamento di una disgrazia; ero troppo concentrato sul piacere di comunicarla, per primo, a lei.
La raggiunsi che era già sera inoltrata ed i gabbiani avevano lasciato il cielo agli uccelli notturni che mi accompagnavano veloci e sibilanti lungo il viottolo.
Lei mi si gettò al collo felice di vedermi ed io la scostai per cogliere ogni piccolo dettaglio della sua espressione all’atto di comunicarle la morte del vecchio.
Quasi svenne mentre con tutte le forze gridava: “Mio padre, no!”.
La strinsi forte a me, disperato più di lei che, tra i singhiozzi, mi rivelò di essere la figlia più amata del vecchio, nata da una relazione segreta con sua madre.
La lasciai d’istinto e corsi, appositamente attraverso i rovi, sino alla casa.
Evitai le donne piagnucolanti, strappai da dietro la porta l’impermeabile asciutto dell’anziano uomo di mare e me lo buttai addosso, riverso sul letto.
Cercai di rifugiarmi nel ricordo del mio vicolo, dello specchio, del quartiere, sforzandomi di azzerare il periodo successivo ma tutto fu inutile finché non trangugiai un’intera brocca di vino che mi ubriacò consentendomi di superare la notte.
Mi svegliai tardi, le donne erano già vestite a lutto, sulla tavola apparecchiata, oltre alla mia colazione, vi era una serie di dolcetti di cui mi riempii la tasca; non riuscii ad evitare gli abbracci ma scansai le pacche sulle spalle di un loro parente dall’aria rapace, probabile successore nella gestione interessata delle tre donne.
Mi misi la bandana e, sotto il sole rovente, raggiunsi a piedi la prima fermata della corriera che collegava tutti i paesi della costa.
Scesi, dopo un’oretta, al quinto o sesto paese: quello più grande, con un ampio porto circondato da rocce a strapiombo.
I gabbiani volavano alti come se volessero fondersi nel disco incandescente del sole.
Salii una gradinata sconnessa sino ad uno spiazzo di acciottolato dominato da una casa rossa, dai muri scrostati, sui quali appariva la scritta della cooperativa di pescatori.
Entrai e puntai diritto verso quello più alto e massiccio, dallo sguardo sicuro del capo e non sbagliai.
L’uomo chiamò altri due che mi squadrarono da capo a piedi, uno sapeva manovrare di penna e di scartoffie districandosi abilmente in una serie di moduli.
Non ebbero alcun dubbio, m’ingaggiarono dandomi pure il recapito per una stanza dove alloggiare.
Mi indicarono il prezzo, dissero di rivolgermi alla padrona a nome loro e di non preoccuparmi, tanto avrei pagato alla fine del mese, secondo gli accordi con quelli della cooperativa, come con l’oste.
Mi congedarono chiedendo rudemente se mi stava bene.
Annuii ponendo un’unica condizione: purché la stanza fosse rigorosamente vista mare.


3° premio: "Il Club dei Poeti" - XI Ediz.

L'ANGLAIS

Sul ballatoio sopra il pronto soccorso, si stagliava nel buio la massa bianca di un corpulento infermiere accovacciato in posizione volgare nei pressi della ringhiera del primo piano che dava giù, dove estraevano dalle ambulanze i corpi dei malcapitati.
Ad assistere allo spettacolo lo raggiunse un’inserviente, anche lei fuori turno, avvolta nel grembiule celeste che sottolineava le bruttezze dei fianchi enormi e sgraziati come la voce con la quale cercava di intrattenere l’altro che non la filava per niente, interessato com’era a tenere in ordine i capelli scomposti dalla brezza della sera.
Sotto, quelli in arancio rifrangente che scendevano e scaricavano in silenzio dalle ambulanze, abboccavano e guardavano verso l’alto ma non vedevano nulla, abbassando lo sguardo, abbagliati dai fari posti proprio sulla ringhiera.
Annoiato dallo spettacolo, l’infermiere si ritrasse per andare a bagnarsi i capelli e a pettinarli, zoccolando e ancheggiando verso lo spogliatoio.
La sera era di quelle primaverili, senza luna, di un nero avvolgente e rassicurante, con un’aria tiepida che portava lontani profumi di fiori mescolati con quelli orientaleggianti dei malcapitati, nonostante le folate acri delle ustioni che coloravano i corpi assieme ai brandelli dei vestiti variopinti.
Le ambulanze, come per rispetto, si tacitavano all’ingresso del tunnel e continuavano a sfornare una gran quantità di feriti provenienti dal campo nomadi andato in fiamme alla periferia.
Al capolinea, in tutti i sensi, arrivò anche l’“Anglais”.
Lui di nomade non aveva proprio nulla, anzi, mentre lo portavano su, i nomadi meglio messi, si alzavano stoicamente in piedi fissandolo in silenzio in segno di deferenza, come dinnanzi al governatore di una colonia inglese.

Al secolo Anteo, da un’eternità lo chiamavano l’Anglais per l’aspetto fisico ma soprattutto per il portamento.
Anglais, in francese, perché suonava bene e perché conosceva tale lingua, d’inglese invece non spiccicava una parola.
Da giovane: alto, lineamenti fini, tratto signorile, raffinato, capelli sottili castano chiari come gli occhi con riflessi dorati. Fronte spaziosa, fisico armonioso e slanciato, quasi effeminato per via delle gambe lunghe e perfettamente diritte. L’aspetto più accattivante era il sorriso, di una rara bellezza, da aprire il cuore.
I rudi del quartiere, all’epoca, non avrebbero potuto coniare appellativo più azzeccato in segno di rispetto per la sua cultura, appellativo che gli rimase appiccicato per tutta la vita anche al di fuori del quartiere.
Orfano di padre, in realtà viveva “alle spalle” della madre che gestiva, o meglio lentamente prosciugava, una modesta rendita derivante da alcune proprietà lasciatele dal marito.
Eterno studente aveva superato ben pochi esami, non aveva alcuna fretta e si era dato a tutti i generi di lettura, tranne quelli utili al corso di studio.
Alimentava sporadicamente un’antologia con versi scritti di getto, tuttavia di notevole qualità, anche se conosciuti da pochissimi intimi ai quali concedeva rarissimamente l’accesso attraverso la propria declamazione, nei frangenti e situazioni in cui tentava di manipolare i loro o i propri sentimenti.

D’inverno, al primo buio, le osterie ed i negozi del quartiere, colmi di barattoli di latta e di cartoni, si riempivano di tepore e di odori nell’attesa della neve, aspettata con trepidazione e ingenuità infantile, con i propri suoni ovattati a ritmo lento, pieno di dolce pigrizia e letargo.
Sui fuochi e sui cerchi roventi delle stufe bollivano gli stufati e gli ossi di maiale abbondanti di grasso; gli angusti cortiletti, gli archi, i portici bassi e i budelli dei corridoi stretti e bui, odoravano intensamente di verza da aggiungere alle ministre con ossi e riso.
Sui marciapiedi i ragazzi per mano, che imbottivano i cappotti stretti e pesanti, avvolti nelle lunghe e gonfie sciarpe di lana grezza, cercavano di scalciare le madri resistendo alle loro strattonate come cani al guinzaglio.
Dalle finestre, sempre troppo piccole, arrivavano le grida sguaiate delle donne ed il fragore delle stoviglie rotte contro i maschi dall’alito vinoso.
L’Anglais era il re dello stradone, compariva bello e signorile nel suo trequarti nero stile ottocento, con passo lieve ed aristocratico salutando con un cenno del capo, sempre circondato dalla sua corte di manovali, muratori, garzoni d’officina, ripetenti alle scuole di avviamento professionale e bulli alla moda.
A volte dispensava pure qualche sorriso alle comari dalle gonne pesanti rese corte dal sedere sempre troppo largo, “inciabattate” e dai calzettoni a mezza gamba, che andavano in sollucchero e gli mandavano i figli ignoranti a ripetizione.

D’estate l’uniforme era la canottiera e i pantaloncini blu, portati pedalando pigramente a gambe larghe, alla gaglioffa.
I bambini in mutande, a piedi scalzi e con gli zoccoli in mano, suonavano i campanelli appollaiati in equilibrio precario sulle canne delle biciclette dei più grandi che pedalavano in branco, urtandosi allegramente, verso il fiume.
Sugli spiaggioni assolati, all’ombra di tende ricavate da qualche ramo secco e straccio scolorito, l’Anglais, dai fianchi stretti e la pelle ambrata, affascinante come una statua di Fidia, pontificava pigramente. Intratteneva i fedelissimi e qualche vergine che si dava arie da navigata mentre i più giovani si rincorrevano alzando polveroni e ricadendo avvinghiati in posizioni ambigue di lotta greco-romana.
Alla sera ricomparivano tutti agghindati, profumati di sapone di Marsiglia, con le chiome schiarite dal sole, i colli taurini abbelliti da catene d’argento luccicanti, pantaloni stretti e sorretti dai cinturoni appena sopra il sedere, magliette aderenti e scollacciate per sottolineare i muscoli abbronzati da una manciata di giorni di ferie.
L’Anglais faceva la sua apparizione solo sul tardi, slanciato nei pantaloni neri a tubo, con la camicia candida ed ampia, dal collo alla Robespierre, la giacca scura e leggera come un foulard, nella mano sinistra, i capelli lunghi e chiari, pettinati all’indietro con accurata trascuratezza. Il sorriso, alla luce flebile dei lampioni, lo faceva apparire come un angelo evanescente da far tremare le parole e sussultare il petto delle giovinette dalle gonne a ventaglio.
E di donne n’aveva castigato tante, con passione e con gran fisicità ma sempre con poesia, rispetto e assoluta signorile discrezione.
Affetto sicuramente ma innamoramento mai, finché, maturo e libero dalla morsa possessiva della madre, conobbe lei.

Non pronunciava mai il suo nome, chissà perché, forse per un concetto di assoluto o più semplicemente per un vezzo studiato, di quella timidezza che piace tanto alle donne.
Lei invece si portava dietro l’appellativo di ”indiana” per l’aspetto di prorompente bellezza bruna ma selvatica.
Sorella piccola di uno degli amici di corte, era l’unica femmina accettata dal branco; partecipava agli incontri con un ruolo marginale e atteggiamento mascolino, nell’indifferenza generale.
Lui però era sempre più sensibile alla trasformazione di quella bellezza adolescenziale e selvatica in una splendida, prorompente e aggressiva donna.
Lei prese presto l’iniziativa alternando furbescamente un’istintiva quanto ambigua ingenuità, quasi cameratesca, con l’irresistibile bellezza di donna complice.
Fu così che in una di quelle sere d’estate, tanto belle e intriganti da corrompere anche un santo, durante le quali ormai i due facevano scherzosamente coppia fissa, tra sfottò e lazzi, si trovarono soli lungo il fiume.
Lui la sdraiò dolcemente, accarezzò la seta fresca del vestito, dei capelli, del seno e dei fianchi ma si fermò abbagliato dallo splendore giovanile del volto e degli occhi.
L’Anglais restò per un attimo sbalordito quando vide spalancarsi la porta della sua stanza e comparire la figura stupenda di lei. Nella penombra rimirò, sul pavimento, il vestito di seta e poi si lasciò travolgere da tanta bellezza.
Ciò che lo intrigava maggiormente era l’ambiguità del comportamento che tenevano, da amici e non da amanti, stupendamente in contrasto con la realtà che riempiva prepotentemente le sue giornate.
Fu lei a lasciare appositamente tracce, a far scoprire l’intrigo, rendendo a quel punto ufficiale il loro rapporto.
I giorni scorrevano pieni della sua presenza; facevano coppia fissa in modo quasi assillante ed esclusivo, sicché l’Anglais s’isolava sempre più perdendo colpi con la sua corte e con il quartiere intero.
Lei, al contrario e grazie a lui, aveva perso ciò che di selvatico prima possedeva. Era divenuta una donna raffinata, di una bellezza classica ed intelligente che studiava con successo.
L’Anglais era sempre più in declino economico e questo si rifletteva nella trasandatezza del porgersi e nel vestire. Aveva l’impressione di essere ormai un libro letto e straletto che non emozionava più, come le sue poesie che incantavano solo il gruppo sparuto dei fedelissimi, in disgrazia come lui.
Sempre più geloso, alternava, in una tragica sequenza periodi sempre più lunghi di depressione, umiliazione e aggressività.
Lei era incondizionatamente bella, colta, di successo, corteggiata e soprattutto indipendente.
Non poteva far altro che assistere impotente e disperato al degenerare del loro rapporto, con una rapidità impressionante, sino a toccare il fondo dell’antagonismo, della violenza e della volgarità, ineluttabilmente verso il giorno della separazione finale, irreparabile e definitiva, non per questo meno tragicamente dolorosa.
Si lasciò vivere lungo giornate interminabili, colme di vuoto e di assenza, incurante del contingente, ancorché pressante e tragico, scivolando per le strade solitario e trascurato.
Andò a soffrire altrove, come un cane ferito che si nasconde.

Il ballatoio dell’ultimo piano, dove era il gabinetto comune, guardava sull’aperta campagna, piatta ed uniforme, a perdita d’occhio.
Viveva in uno stanzone con un grande pendolo sottratto al sequestro, un letto piccolo con la coperta militare, un vecchio tavolo circondato da tante sedie inutili, da osteria, una stufa a legna nella quale bruciava di tutto, un veliero pieno di polvere ed un’enorme credenza usata come armadio.
Il corridoio, con grandi mattonelle disposte a scacchiera, portava ad un’altra stanza fredda, dalle pareti scrostate, adibita a magazzino dove aveva accatastato tutte le robe vecchie che trovava in giro con la rara vendita delle quali rimediava da campare, al limite della sopravvivenza.
Non parlava mai del suo passato, arido come una pianta secca; ogni tanto aveva degli sprazzi di vita con qualche matura e generosa donna con alle spalle storie complesse di cui non voleva sapere niente.
Le giovani lo salutavano asciutte con un certo rispetto per i suoi tratti fini ed il portamento demodé ma frequentavano gli operai o gli artigiani della zona, con le loro utilitarie dal cambio corto, i jeans a zampa d’elefante, i mangiadischi, le festine con le paste, la luce spenta e le mani leste.

Un giorno sentì prima un urlo e poi un gran vociare dalla strada dove si era riunita una piccola folla davanti al bottegaio che inveiva per essersi fatto sfuggire una zingara ladra.
Ebbe un’intuizione, aprì l’uscio e la vide accovacciata in un angolo del pianerottolo: splendida, orgogliosa, dagli occhi e capelli neri in un volto dolce e giovane, con una fisicità perfetta e scura, come la gonna e la maglietta.
Lasciò la porta aperta e lei entrò in silenzio, selvatica come un gatto randagio, si sedette sul letto.
L’Anglais estrasse dalla credenza un foglio, prese un pezzo di carbonella, le si avvicinò, le sollevò con dolcezza la gonna larga e si mise a ritrarla assorto in un furore mistico.
Quando capì che lui aveva finito, lei si avvicinò alle sue spalle, lo accarezzò e afferrandolo per mano si sdraiò sul letto trascinandolo a sé.
I nomadi lo aiutarono a sistemare la sua baracca nel loro campo e si occuparono di trasportare il pendolo, i libri e tutto ciò che poteva essere utile sotto lo sguardo allibito degli abitanti la vecchia casa.
Il campo era all’estrema periferia da dove si vedevano in lontananza i primi agglomerati popolari, spettrali e lividi come i suoni che da essi provenivano.
L’Anglais aveva ricominciato a vestire anche d’estate la giacca, dipingeva con passione seduto e assorto davanti le carovane e le baracche, in un’inebriante ridda di colori e volti veri, ricchi di storia.
Passeggiava spesso per il campo tra un nugolo di bambini che cercava di educare, peripatetico, sotto gli alberi.
Chiunque cercava il suo consiglio con ossequio e deferenza che trasmetteva anche alla sua compagna, trattata come la moglie di un governatore.
Di notte, lei lo afferrava per mano trascinandolo a sé sul letto ed era sempre come la prima volta.

Finalmente il medico, superata l’emergenza, poté occuparsi anche dei casi senza alcuna speranza, agonizzanti, come lui.
Quando lo vide trasalì, scostò con una garza quanto rimaneva dei capelli, lo guardò fisso e quasi urlò: “Ma lei è l’Anglais!”.
Non fece in tempo a cogliere la sua reazione ed espressione di compiacimento, distratto come fu dalla splendida presenza di una giovane zingara bruna che lo teneva orgogliosamente per mano, tirandolo, per quanto possibile, a sé.
L’Anglais piegò il capo e si lasciò morire felice di chiuderla lì, in quel momento di gloria e massimo fulgore.
L’infermiere, ormai in borghese, lanciò un ultimo sguardo all’ospedale che stava lasciando, contento di aver terminato il suo turno appena prima dell’arrivo di quella baraonda ma ebbe un moto di stizza quando un refolo di vento scompigliò i suoi capelli, ormai asciutti.


premio: "Città di Melegnano" - XII Ediz.

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L'aurora

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Sua figlia era come le farfalle che rincorreva da ragazzo, lungo il fiume. Evanescente e bella come loro.
Era cresciuta in periferia, circondata dai pioppeti che in primavera spandevano batuffoli per strade e cortili. D’estate, la colla dei loro pidocchi insudiciava i tavoli delle osterie all’aperto.
Gli ricordava la “vanessa occhio di pavone” dai grandi occhi colorati di bianco e di blu sugli angoli delle ali, volteggiante leggera sulle siepi folte delle strade non asfaltate che si snodavano, strette e polverose, come le innocue bisce d’acqua, lungo il fiume, di là dall’argine maestro.
A voglia ricorrerle. Quando si riusciva ad afferrarle, lasciavano “la polverina” delle ali sui polpastrelli e non volavano più. Morivano d’inedia.
Così era l’Aurora, sua figlia. Si poteva solo ammirarne l’esile bellezza ma non afferrarla o tentare di trattenerla.
Se n’era andata da cinque anni e finalmente quasi non chiedevano più di lei. Non tanto i vicini o gli abitanti del quartiere quanto quelli del centro e delle villette della strada privata.
Non era una farfalla di fiume, volava lieve tra i gerani e gli oleandri dei palazzi più belli, nei cortili del centro che, dopo il letargo tra le nebbie, riuscivano ancora a catturare la luce e il sole.
In verità non aveva neppure tentato di trattenerla, se non formalmente e di rito, più per il vicinato.
Del resto sua moglie se n’era andata, nel senso che era passata a miglior vita, ed era l’unica che poteva arginare quella forza incontrollata della natura, non certamente lui.
Maestro in pensione da tempo, la sua vita scorreva su binari, non albe né tramonti, non cieli ma nebbia, quella opaca, da cataratta, prodromo della cecità. Acqua che scorre lenta, attratta dal delta, senza l’impeto dell’estuario.
Sin da giovane la sua regola era l’atarassia.
Una ferrea disciplina acquisita in tanti anni d’esercizio, come la strumentazione della navigazione che evita le secche e gli scogli, come la direttrice del volo, al riparo dalle vette e dalle perturbazioni.
La figlia si era sposata cinque anni prima a Monaco, dove aveva aperto una gelateria.
Lei non aveva insistito e lui si era guardato bene dal partecipare al matrimonio.
Gli mancava la musica, questo si, quando le ombre della pianura inghiottivano l’edera sulla muraglia del piccolo cortile cementato, separato dalla strada da un lungo corridoio dove poteva capitargli la disgrazia d’incrociare e dover salutare un altro essere umano.
Stava al primo piano, in fondo ad una loggia che comunicava con Maria, l’inquilina di fronte.
Sotto, vi era un piccolo magazzino di ferramenta.
L’inferno era l’incubo di Maria ma anche il luogo dove predestinava, tutti gli altri viventi.
Vocazione da Perpetua, assicurava al maestro le pulizie e la colazione; in cambio, lui le pagava le spese condominiali. Non era certamente religioso ma per Maria era un’autorità e, come tale, non gli chiedeva conto della fede collocandolo in una specie di limbo.
Probabilmente Maria, sotto le gonne alla caviglia, tanto larghe che avrebbe potuto nascondervi anche un figlio del peccato, portava le mutande lunghe ma nessuno le aveva mai viste.
Di mani calde aveva sentito solo quelle della madre, prima che Dio la strappasse dalla finestra dove, seduta per ore, scrutava quel cielo grigio; labile parvenza d’affetto in quell’appartamento buio, in penombra perenne.
Al piano di sopra, l’ultimo, abitava Lino (Angelo) con la figlia down, la dolce Luigina.
Luigina era l’unica che sognava e, appena poteva, correva sulla terrazza a raccogliere la pioggia sulle guance giovani e sui capelli d’oro che nemmeno l’acqua riusciva a scurire.
Il padre, ferroviere, da quando la moglie l’aveva abbandonato, di sogni non n’aveva più. Misogeno, c’era da chiedersi come gli fosse capitato di sposarsi e convivere con una donna che, tutto sommato, gli aveva dato una figlia.
Luigina, durante i turni del padre, era affidata a Maria che l’affliggeva con i suoi rosari, non al maestro che non voleva coinvolgimenti e seccature. Come quella volta che Luigina gli aveva preso la mano per fargli sentire i palpiti del cuore e lui l’aveva ritratta inorridito.
“Più in alto, sempre più in alto”, cantava la fanciulla mentre volteggiava sulla terrazza e lui chiudeva le finestre per non udirla.
L’atarassia, la lotta ai sentimenti e ai desideri, richiedeva di rifugiarsi nelle abitudini quotidiane, antidoto efficace, per quanto noioso, contro le emozioni.
L’incarico di vice presidente del circolo dei pensionati di Via Carducci lo impegnava quasi tutti i pomeriggi.
Presidente era il suo ex preside che lo correggeva sempre quando così lo qualificava in pubblico, infatti aveva concluso la carriera come preside di scuola media, non delle elementari.
Uomo piccolo e astioso, tutt’uno con il vestito incolore e le due penne stilografiche odiosamente in mostra nel taschino della giacca, con il colletto della camicia consumato, senza stecche, portava, anche d’inverno e con la pioggia, gli occhiali scuri che nascondevano gli occhi piccoli facendo risaltare le labbra violacee, troppo carnose.
Gli aveva affidato l’incarico di bibliotecario del circolo con trascrizioni su un grosso registro dei titoli e degli autori dei libri, per lo più ricevuti in omaggio.
Achille, suo collega per decenni nella stessa scuola, era uno spirito libero, dal volto aperto e franco, l’opposto dei due. Quando leggeva, gli anziani non dormivano e partecipavano alle emozioni che, con la complicità d’autori opportunamente scelti, sapeva trasmettere.
Con lui, invece, tornavano vecchi e assenti.
Ad Achille nessun incarico, solo ostilità da parte dei due che non perdevano occasione per mettersi di traverso, senza tuttavia scalfirlo minimamente, come mosche che stuzzicano un toro.
Le giornate si avvicendavano tutte uguali e pigre anche se ormai l’inverno era alle spalle e stava arrivando, prepotente, la primavera.
Non per lui. Rifuggiva deliberatamente dai cortili che iniziavano a riempirsi di fanciulli, dai germogli dei fiori che si schiudevano agli occhi delle giovinette nelle vesti colorate, dal fiume che scorreva rapido tra le sponde ripopolate d’insetti e dalle boschine che si rivestivano di verde bandiera, intenso e vivo, sotto un cielo rianimato dal volo delle rondini.

Il 21 marzo si alzò presto e si ricordò che era il primo giorno di primavera, forse questo, pensò poi, fu il primo errore.
Gli parve che avessero bussato e così aprì la porta.
Si ritrovò l’Aurora al collo, tanto avvinghiata che fece fatica a reggerla. La scostò sbalordito e, prima che si riprendesse, sua figlia lo informò con tre parole che aveva lasciato il marito e di tedeschi non voleva più sentir parlare.
“Bisognerà che mi comperi qualcosa di leggero”, disse mentre si toglieva il cappotto, gli stivaletti e l’abito, rimanendo in sottoveste e bevendo tutto il caffè che lui si era accuratamente preparato.
Anticipando la domanda aggiunse: “Non preoccuparti, ho solo bisogno di un po’ di tempo per riordinare le idee e trovare un lavoro. Intanto mi occuperò io del mio papà!”.
Erano proprio queste parole che lo terrorizzavano; stava per dire qualcosa quando entrò Maria, con la scusa delle pulizie.
Aurora l’accolse con una risata fragorosa e di scherno: “E questa chi è? La strega delle lanche?…”
Maria, colta di sorpresa, si fece il segno della croce e scappò via, sbattendo la porta.
“Sono stanca, ho fatto un lungo viaggio, mentre fai le tue cose io riposerei un poco” e sua figlia scomparve in camera infilandosi nel letto matrimoniale ancora sfatto.
Lui si ritrovò a riordinare il bagno.
Annaspava in un elemento ostile, violentato come i bambini che gli sconsiderati gettavano nel fiume, al di qua delle corde, dove l’acqua è bassa e la corrente quasi ferma, affinché imparassero a nuotare.
Andando al circolo si dibatteva come i pesci d’argento sui sassi del “pennello” alla ricerca disperata della pace rassicurante dell’acqua, giù, al riparo dei fendenti del sole e nel silenzio ovattato del nulla.
Complice la routine, il suo obiettivo era rifuggire da ogni pensiero sul futuro. Del circo gli erano piaciuti gli equilibristi sul filo, con la mente sgombra da pensieri poiché concentrati sull’esercizio ma, quel giorno di primavera, il filo per lui si era spezzato ed era caduto nella fossa della vita.
Unico desiderio, difficile a realizzarsi, che lei se n’andasse, destabilizzante come tutti i desideri dai quali tenersi alla larga, come i pipistrelli dalla luce violenta del giorno.
Se la prese con gli anziani ai quali lesse passi della Divina Commedia, strangolandoli con pedanti annotazioni, ma erano di gomma, imperturbabili nei loro sbadigli, in attesa della sera.
I giorni che seguirono trascorsero irti di sorprese ed imprevisti. Cercava di lasciarsi andare in quella forzata convivenza come in preda ad una malattia ma non ci riusciva e così annaspava tra continui turbamenti
Piovve persino con il sole e pensò che fosse accaduto sotto l’influenza di Aurora, capace di destabilizzare anche la natura.
Sicché, durante le lunghe assenze notturne di Aurora, soffriva l’insonnia cercando inutilmente di far quadrare i conti e star dietro alle spese.
Lo tolse dall’ambascia lei: “Non crederai che me ne sia andata senza soldi!”, difatti scialacquava.
Svolazzava leggiadra nei vestiti di seta color della primavera tra un dentista ed un figlio di papà ma non concedeva loro nulla, nessuno riusciva ad averla, tutti si accontentavano del suo profumo e della sua bellezza da esibire come un fregio che all’alba svaniva, assieme alle luci artificiali della notte o ai riflessi della luna sui tetti e sull’acciottolato bagnato.
All’alba s’infilava nel letto matrimoniale dove lui fingeva di dormire e si stringeva infreddolita al padre sfregando i piedi contro i suoi, prima di addormentarsi con un sorriso da bambina.
Lui, aspettava che si fosse assopita, se ne restava lì ancora un po’ a rimirare quei capelli di seta e oro sparsi sul cuscino, poi si alzava lentamente, per andarsi a fare il caffè, chiedendosi sempre, con una certa tenerezza, se esistesse al mondo creatura più bella.
A mezzogiorno, dopo le pulizie, gli toccava preparare la colazione anche per lei; non capiva che fine avesse fatto Maria e decise di affrontarla.
Bussò e dalla finestra, rivoluzionariamente spalancata a calamitare le vivide luci del giorno, giunse squillante la voce di lei: “La porta è aperta!”.
Gli apparve una donna diversa con una vestaglia corta a fiori, dai capelli tinti e accuratamente pettinati, con gli zoccoli alti, l’ombretto sotto gli occhi e che sicuramente non indossava le mutande lunghe.
Si ritrasse spaventato ma sulla loggia la voce di Maria lo colpì alle spalle: “Si ricordi delle spese condominiali e, per favore, se l’Aurora si è alzata, le dica che l’aspetto!”.
Una sera, mentre era supino sul letto, al buio e vestito, incapace di riordinare le idee, sentì entrare l’Aurora e si ricordò dell’alluvione, di quando il fiume aveva superato l’argine maestro e la piena invaso le strade.
Sentì la voce di Maria e poi la vide, giacché era entrata in camera senza bussare: “Avanti, venga con noi dal Lino!”.
Si lasciò trascinare come in preda alla corrente e salì sulla terrazza del Lino.
Il profumo del dolce che il Lino stava affogando nell’olio e nello zucchero si materializzava in una piccola nube che offuscava ad intermittenza la luna piena, come un’eclisse parziale sullo sfondo di un cielo nero, trapuntato di lampade colorate ad ornamento della terrazza.
In un angolo Luigina cambiava i dischi e seguiva felice la musica canticchiando sottovoce.
Aurora lasciò il dentista con il quale stava danzando, prese il padre per mano e lo costrinse a seguirla ballando affettuosamente guancia a guancia.
Non osò opporsi a tanta vitalità; ormai era naufragato, travolto dagli eventi.
I cambiamenti erano stati violenti come un uragano che si abbatte sulla spiaggia livellando inevitabilmente tutto, tra cielo e mare.
Si sentiva come se avesse varcato un confine proibito e affascinante, come un emancipato, un figlio alla sua prima vacanza senza genitori.
Pensò che anche i coinquilini di quella macchia grigia, sperduta e soffocata nella periferia, provassero gli stessi sentimenti: naufraghi su un’isola inesplorata, dai frutti esotici, dove nulla era proibito, abbagliati dalla libertà.
I giorni trascorrevano in fretta illuminati dall’Aurora. Scandalizzò l’ex preside con letture di avventure, tra gli applausi degli anziani e l’approvazione sbalordita dell’Achille.
Assetato di vita, fu una vera e propria rivoluzione dove i punti cardinali dell’atarassia non avevano più riferimenti, come in una bussola impazzita.

La sera che parcheggiarono l’auto davanti al portone, i carabinieri percorsero il lungo corridoio sino al cortiletto e guardarono insù: videro il maestro che si sporgeva dalla loggia, quasi li attendesse.
In casa, oltre a lui e alla figlia, entrarono silenziosi come fantasmi la Maria, il Lino e la Luigina sicché, mentre arrestavano l’Aurora, dovettero dare le loro lapidarie spiegazioni a tutti: gli inquirenti tedeschi, avvisati dai vicini insospettiti dalla prolungata scomparsa dei coniugi, avevano trovato il corpo senza vita del marito nella casa di Monaco e le indagini conducevano a pesanti indizi di colpevolezza della moglie.
Aurora lanciò un ultimo sorriso alla loggia e Luigina le dedicò un applauso, seguita da tutti gli altri, mentre i carabinieri, allibiti, la portavano via.

Il giorno seguente il maestro si alzò presto, in tempo per vedere l’aurora.
Si vestì di chiaro, guardò con nostalgia il letto vuoto mentre la corona rosa che bordeggiava i tetti lasciava il posto al giallo e l’azzurro del mattino.
Pensò che aveva mille cose da fare: cercare un buon avvocato, studiare una strategia… e, soprattutto, occuparsi della figlia.
Prima, però, si sarebbe recato dall’Achille, l’unico che l’avrebbe capito.

Segnalazione della Giuria del premio: "Città di Melegnano" - XIII Ediz.
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IL DELITTO PERFETTO
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Ancora oggi non riesco a spiegarmi il perché di quel racconto, appena sveglio e proprio a lei:

“... In ogni famiglia c’è qualcosa di cui non si parla mai. Qualcosa che la vita aiuta a rimuovere, che riaffiora sempre più di rado e alla fine affoga nel tempo.
Il mio è un caso, per così dire, anomalo. Nel senso che è rimasto ignoto ad ogni familiare, tranne che a mio fratello.
Se la definizione di follia deriva dal latino follum, che vuol dire testa vuota, mio fratello non era folle.
Studente al Politecnico, era un vulcano d’idee, la razionalità personificata.
Discontinuo, questo si. Aveva eccessi di razionalità che prevalevano ossessivamente sulla parte disorganizzata e creativa del cervello. Ma poteva essere qualificata follia?
Io, all’epoca, venivo torturato alle medie con un certo profitto. Il problema era il comportamento: assente, ribelle e strafottente. Mi sentivo orfano d’ispirazione, privo di un modello di riferimento, nemmeno quello del fratello più grande.
I suoi successi all’Università o in famiglia mi lasciavano del tutto indifferente. Conoscevo a fondo il suo lato oscuro, quello intimo, sconosciuto agli altri, la vera personalità.
Penso che, tutto sommato, avesse una certa considerazione nei miei confronti proprio per la mia creatività e originalità supportata, solo al minimo indispensabile, dalla razionalità. Esattamente all’opposto di lui che ne era prigioniero, come di un mostro insaziabile da alimentare in continuo per non esserne fagocitato.
La sua relazione nei miei confronti era caratterizzata da attrazione per il diverso.
Certamente, tanto per semplificare, entrambi avevamo sviluppato in modo quasi abnorme uno degli emisferi cerebrali, in senso opposto l’uno dall’altro e lui era paradossalmente attratto dal mio destro considerando il mio disequilibrio un’opportunità.
Era come se, inconsciamente, cercasse di riequilibrare la sua sproporzione sinistra con la complementarità della mia destra.
Del resto ero pur sempre suo fratello, di famiglia, dello stesso sangue. Forse, per questo, non mi percepiva come un essere autonomo, bensì una parte accessoria di se stesso.
Il suo, sicuramente, non era uno sdoppiamento di personalità. Appariva diverso perché mentiva freddamente e lucidamente costruendo abilmente un’immagine falsa di sé con un costante sacrificio, tanto pervicace quanto studiato.
Con me non aveva bisogno di mentire perché non mi considerava capace di tradirlo.
Insomma, per lui non esistevo se non come un riflesso da agitare e muovere a piacimento nella sua intimità, così come faceva con le ombre cinesi sul muro, fantastiche ma prive di una vita propria.
Una volta mi mostrò un trenta sul libretto e, a tavola, furono felici di festeggiare l’annuncio del suo ventisette... Non voleva che si abituassero troppo bene, avrebbero sottovalutato i prossimi voti.
Ma le sue teorie non sempre funzionavano.
Usciva con la più facile del quartiere due sere la settimana e poi mi raccontava tutto concludendo che, così facendo, non era tentato di provarci con la sua ragazza, finché questa non si stancò e andò a fare le prime esperienze con un altro.
Lo considerò un semplice errore di valutazione. Del resto piaceva alle ragazze e non aveva certo problemi di rapido rimpiazzo.
Non credo si fosse mai veramente innamorato. Non sapeva perdere. E in amore, si sa, perde chi s’innamora.
Non era violento, mi picchiò solo una volta, quando mi chiese di commentare alcuni suoi scritti. Erano costruzioni di parole che si stratificavano l’una sull’altra con una logica disarmante. Si sovrapponevano sino a rappresentare una struttura arida tenuta insieme da righe ossessive e opprimenti, come l’architettura della moderna periferia, omologata e in economia.
A volte, per giorni, si chiudeva nella stanza e non ne usciva finché non aveva superato la sua periodica crisi esistenziale. Tutti pensavano che studiasse ma io sapevo che non era così.
Aveva tuttavia la capacità di razionalizzare e materializzare queste crisi canalizzandole in un problema reale, spesso futile e di scarsa complessità. Sicché trovava sempre la soluzione. Era il suo antidoto al mal di vivere.
Curare gli effetti e non la causa gli consentiva comunque di superare la crisi in attesa della prossima.
Preferiva soffrire a rate piuttosto che affrontare una vera discontinuità. Non ne era capace e probabilmente l’avrebbe seriamente destabilizzato.
Così, quando iniziò a teorizzare il delitto perfetto come suprema affermazione del superuomo, non lo presi sul serio. Pensai che era una delle sue crisi estemporanee, un modo per esorcizzare i circoli di bontà nei quali la famiglia l’aveva invischiato additandolo a modello. Pensai che il lato nascosto e oscuro della sua personalità avesse bisogno di un riequilibrio, una sorta di necessità di riaffiorare e respirare una boccata di malvagità per non soccombere.
Questa volta però non si isolò, anzi, mi coinvolse da subito.
Ero deciso a verificare sino a che punto sarebbe arrivato. Ero certo che questa volta non avrebbe trovato la soluzione per uscirne se non con un fragoroso insuccesso che avrebbe celebrato la mia emancipazione, la mia definitiva indipendenza.
La sua sconfitta, attraverso la banalizzazione di una teoria tanto rischiosa quanto irrealizzabile, avrebbe posto fine al suo predominio. Bastava assecondarlo per essere presente alla disfatta.
Cominciò con l’analizzare le statistiche.
Tutte evidenziavano che la maggior parte degli omicidi restava impunita, ben oltre il 60%.
Altro dato importante era che nella risoluzione di un crimine risultavano fondamentali le prime quarantotto ore di indagine, dopo le quali il numero dei delitti impuniti evidenziava un’impennata.
Inoltre era prassi che si indagasse in primis sulla persona che aveva segnalato il crimine: non era raro che la stessa fosse implicata nel delitto.
In ogni caso lo spartiacque essenziale era la ricerca del movente e dell’arma del delitto.
Giunse alla conclusione che il fattore fondamentale per l’impunità era l’assenza del movente perché, anche senza analisi precise di quel meno del 40% che veniva scoperto, quanti delitti erano privi di movente? Probabilmente il loro numero era tendente a zero.
Proprio per questo, gli inquirenti, nelle prime fondamentali quarantotto ore, si sarebbero accaniti nella ricerca disperata di un movente inesistente, peraltro perdendo tempo a esaminare le implicazioni della persona che avrebbe dato l’allarme, magari in possesso di un movente, seppur solo teorico.
Infine, cosa che secondo lui traspariva chiaramente dagli archivi di cronaca nera, i media non si sarebbero certo occupati più di tanto di un omicidio non particolarmente efferato e di una persona comune, anonima, e con loro, fatalmente, gli inquirenti.
Il delitto perfetto esisteva, eccome, e lui l’avrebbe concretamente dimostrato.
Gli serviva un testimone fidato. Era un rischio che doveva correre per appagare la sua ambizione e condividere tangibilmente il successo: chi meglio della parte emozionale mancante e a lui complementare, se non io?
Il suo emisfero di sinistra evidentemente stava elaborando in modo abnorme e voleva mostruosamente la prima vittima.
Tuttavia dovevo obiettare a quella massa di ovvietà.
L’attaccai sul fronte del movente: e i serial killer al loro primo omicidio? Questi non avevano un movente/interesse collegabile direttamente alla vittima, eppure...
Mi rispose con aria di sufficienza che i serial killer possedevano sempre una matrice, per così dire, catalogabile sin dal loro primo delitto. Avevo mai sentito parlare di tipologia di SK missionario, edonista, visionario, dominatore... ecc...? Bene, mi sembrava forse che lui fosse inquadrabile in una di quelle categorie? Anzi, se avessero indirizzato le indagini sui serial killer, cosa assai improbabile, avrebbero comunque cercato tra soggetti con quelle caratteristiche e, con ogni probabilità, facendo riferimento a delitti analoghi già commessi.
Logica inconfutabile, ma l’arma del delitto? Come se la sarebbe procurata? E poi come poteva escludere che attraverso essa non avrebbero potuto risalire all’autore?
Mi guardò come se mi aspettasse al varco per dimostrarmi ancora una volta la sua superiorità: semplice! Bastava non avere bisogno di procurarsi un’arma. Difatti aveva ritrovato un coltello a scatto, comune, frutto di uno dei tanti scambi, vecchi di almeno dieci anni, con i ragazzi del quartiere.
Dunque tutto era preordinato e sotto controllo.
L’assenza di movente era essenziale anche moralmente. Il suo obiettivo non era un omicidio bensì la dimostrazione del delitto perfetto.
Come tale, per essere incolpevole, doveva essere asettico, neutro, senza alcun interesse o vendetta da soddisfare.
E la vittima? L’aveva già cercata, scelta e identificata: rispondeva a tutti i prerequisiti della normalità. Passava inosservata, insignificante, senza figli e con una moglie in possesso di un movente teorico.
Era un uomo non più giovane di corporatura media, pallido e calvo. Teneva i pochi capelli pettinati con cura ad incorniciare un capo lievemente abbronzato sulla calvizie, non portava cappello. Vestiva ad abito intero, sempre lo stesso, marrone. Sembrava uscito da una stireria. Portava sempre una camicia bianca che probabilmente cambiava inflessibilmente ogni giorno. Il colletto era classico con una cravatta chiara a tinta unita con nodo scappino. Aveva i piedi piccoli stringati alla perfezione in scarpe lucide. Faceva il magazziniere in un ingrosso di pneumatici della periferia. Prendeva due tram. Usciva e rientrava sempre allo stesso orario.
La moglie vestiva in modo modesto ma con gusto. Portava scarpe a tacco alto e camminava provocante. Era troppo bella per lui ed era risaputo che lo tradiva. Usciva sempre di domenica mattina, sola, recandosi a far visita alla madre e rientrava per il pranzo che preparava lui.
Litigavano spesso senza particolare clamore perché lui, cul de sac, mollava subito per paura di perderla. Con ciò lei diventava sempre più insofferente e si sentiva in gabbia. Aveva quindi un movente e quasi certamente sarebbe stata la prima a scoprire il cadavere e a dare l’allarme.
La dinamica del delitto era stata preparata in ogni dettaglio.
Si sarebbe entrati di domenica mattina dalla porta del retro casa a quell’ora aperta. Si sarebbe saliti sino al primo piano dalla scala antincendio, dall’interno del cortiletto. Non vi erano altri inquilini e dunque nessuno avrebbe potuto scorgerci. Si sarebbe penetrati nell’appartamento dalla finestra della camera vuota, adibita a ripostiglio e, da lì, lungo un corridoio con passatoia che avrebbe attutito l’eventuale rumore dei passi, si sarebbe raggiunta l’ampia cucina dove la vittima, con la porta alle spalle, era solita leggere il giornale.
Effettivamente mio fratello dimostrava di avere studiato a fondo il luogo e le abitudini, frutto non solo di appostamenti ma anche di ingressi con scuse varie e travestimenti appropriati, senza destare il minimo sospetto.
Il giorno dell’esecuzione ero certo che sarebbe stato il giorno del mio trionfo. Ero sicuro che si sarebbe fermato prima di inferire con il coltello a scatto il colpo fatale alla giugulare della vittima. Aveva in mente sicuramente qualche stratagemma per chiuderla lì e gli avrei dimostrato che, alla fine, è sempre la parte emotiva che vince: gli sarebbe mancato il coraggio.
Andò tutto come previsto. Lo colse mentre leggeva, alle spalle, lo immobilizzò, gli avvolse un nastro adesivo sulla bocca e lo bendò stringendo forte. Estrasse l’arma, mi guardò un istante in atteggiamento di sfida e inferse il colpo alla giugulare premendo lo scatto del coltello.
Non accadde nulla. La lama non scattò. Ci provò con energia una seconda volta ancora senza risultato.
Gli strappai il coltello di mano e lo provai: si era inceppato. Lo riprese con rabbia e scappammo mentre il miracolato si agitava per quello che poteva.
Dunque mio fratello è un assassino ed io il suo involontario complice.
Non ne abbiamo più parlato. Le nostre vite si sono inevitabilmente separate.
Ora lui è un ingegnere chimico, uno stimato professionista, un marito e padre modello. Ha due figlie ed una moglie insegnante.
Non ci vediamo quasi mai se non in occasione delle festività. La mia vita disordinata non si concilia con la sua, programmata e ordinata.
In quelle rare occasioni, ha colto il mio sguardo interrogativo e mi ha risposto con un sorriso facendomi intendere che, in fin dei conti, si è trattato di una ragazzata. Gli esiti erano lì a dimostrarlo.
Io, invece, mi porto dentro il peso di un fratello assassino, un freddo, razionale ingegnere assassino.”

- “Ma tu non hai fratelli, sei figlio unico!... Mi fai paura!...” Commentò lei tirando a sé le coperte in atteggiamento di difesa mentre si scostava, più guardinga che inorridita, dal mio corpo.

- “Che c’entra?” Risposi aggressivo.
- “Chi può dire di non aver mai pensato e teorizzato, almeno una volta nella vita, il delitto perfetto?”

Così dicendo, ritto accanto, la guardavo rannicchiata in un angolo del letto. Nei suoi occhi scorgevo un disorientamento vero, quello di chi si trova a fronteggiare una situazione che non comprende, non sa dominare e aspetta soltanto l’occasione propizia per sottrarsi ad essa.
Era esattamente quello che volevo: che se n’andasse definitivamente.
Non era all’altezza.

3° premio: "Le Fenici" - I Ediz. - Edizioni Montag

I FIORI DEL TIGLIO

“I fiori del tiglio sono ermafroditi di quattro millimetri di diametro, hanno un calice di cinque sepali ovali, la corolla è composta da cinque petali semplici giallo chiaro, gli stami sono numerosi. Sono riuniti in infiorescenze pendule portate da un lungo peduncolo, saldato per circa la metà della sua lunghezza con una brattea che poi diverge formando una tipica ala. Il nome tiglio deriva infatti da “ptilon” cioè ala. Ogni infiorescenza porta in genere cinque fiori. Caratteristico è il profumo dolce, penetrante e intenso”.

Da lassù, appollaiato sul cornicione della terrazza, al decimo e ultimo piano, ero assillato dal numero cinque e potevo cogliere ogni respiro della brezza che andava a morire più in basso, tra le chiome dei tigli sottostanti. I primi raggi di luce lavavano l’asfalto assieme ai lampioni ancora accesi, in attesa del giorno.
Ho sempre pensato di saper volare, fin da piccolo quando, vestito d’angora, guardavo di sotto e immaginavo di librarmi nell’aria svolazzando leggero sopra i tetti, i campanili, le scuole, gli alberi, le insegne…., a braccia aperte.

Leonardo aveva espresso la sua fede nella possibilità di volo umano:
“Potrai conoscere l'uomo colle sue congegnate e grandi ali e, facendo forza contro alla resistente aria, vincendo, poterla soggiogare e levarsi sopra di lei”, e ancora: “Se un uomo ha un padiglione di pannolino intasato, che sia di dodici braccia per faccia e alto dodici, potrà gittarsi d'ogni grande altezza sanza danno di sé”.

Non ho mai considerato la scienza e la forza di gravità se non come un dettaglio trascurabile, troppo reale, concreto.
Nel mio caso si trattava di una convinzione irrazionale, da custodire segretamente e riservare all’ultimo atto, un’opportunità immateriale, trascendente. Ero certo di essere predestinato, il volo non si sarebbe esaurito nell’eventuale impatto finale ma sarebbe proseguito altrove, in perpetuo.

“Come può Dio essere sia uno che trino? Non è contro ogni logica? Eppure Dio è al di sopra della ragione umana. Troppo spesso gli uomini hanno cercato di ridurre Dio al loro livello di comprensione”.

Il senso del vuoto mi ha accompagnato tutta la vita, sin dalla placenta. E che cos’è lo spazio se non un cielo stellato immanente, statico e freddo che ti piomba addosso con tutta la violenza del silenzio? Avrei dovuto volare, oppure precipitare: quale la differenza? Solo questione di velocità, tempo e durata.
Di sotto gli uomini, in quell’alba di primavera, avevano assunto la loro dimensione cosmica: puntini radi e insignificanti legati ai loro turbamenti da un filo impercettibile che si sarebbe spezzato per ognuno, senza eroismo, al primo stormir di foglia.
I batuffoli del polline dei pioppi non riuscivano ad arrivare sino al decimo piano e comunque stavano facendo un percorso inverso al mio, un volo finto, falso. Mi venne in mente che da qualche parte avevo letto dei “pioppi transessuali” e cioè che le autorità di Pechino avevano lanciato una campagna per cambiare sesso ai pioppi allo scopo di bloccare l’invasione del polline, dannoso alla popolazione della capitale. Avevano fatto bene.

“Il falco “peregrinus” che vive prevalentemente negli spazi aperti, in alcune città si è urbanizzato. Cova in alti palazzi, nei portoni delle chiese, nelle vecchie fabbriche abbandonate e caccia tutti i tipi di uccelli con un metodo spettacolare: da una postazione, in agguato, o volando alto, in circolo. In picchiata, si ritiene possa raggiungere la velocità di 350 chilometri l’ora”.

Ora, però, toccava a me. Non che vi fosse una ragione precisa ma forse era proprio per questo che dovevo farlo. Librarmi nell’aria fresca o non, era indifferente; sarebbe stato in ogni caso un volo.
Guardai giù gli spazzini meccanizzati che iniziavano a svegliare la città, di lì a poco sarebbe pure passato il primo tram. Vidi un vecchio che faceva colazione e cercai, inutilmente, di penetrare nell’intimità di altri appartamenti.
Tutto era irreale mentre il sole cominciava ad apparire all’orizzonte e si apprestava ad ingoiare la città.
Mi arrivò d’improvviso, come una stilettata, il pianto di un bambino. Stavolta riuscii a scorgere la figura della madre che, postolo dolcemente sul tavolo, lo rincuorava.
Mi scossi come ad un risveglio e non potei fare a meno di pensare alle due donne che avevo lasciato fiduciose nel sonno, giù, al quinto piano, a casa, soprattutto alla più piccola dai lineamenti fini di sua madre.
Mi giunse il profumo dei fiori del tiglio e pensai che se fossi rientrato subito avrei potuto preparare loro la colazione, sorprendendole, in quella tersa mattinata di domenica.

“Mi disturba la morte, è vero. Credo che sia un errore del padreterno. Non mi ritengo per niente indispensabile, ma immaginare il mondo senza di me: che farete da soli?”
Vittorio Alfieri.

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